La consapevolezza della morte (3) e l’impermanenza

Il poema, di cui dicevo nell’articolo precedente, inizia così

1

Io e tutti gli esseri nello spazio illimitato e senza eccezioni

Cerchiamo rifugio fino all’illuminazione ultima

Nei Buddha passati, presenti e futuri, nella dottrina e nella comunità spirituale.

Si possa noi essere liberati dalle paure di questa vita,

dello stato intermedio e della prossima.

 

La prima strofa è abbastanza chiara ed è anche molto significativa. Essa dice che tutti gli esseri coscienti dell’infinito, non solo gli uomini, cercano l’Illuminazione (ovvero la Consapevolezza Totale). Ad essa si può arrivare seguendo gli insegnamenti del Buddha, la sua dottrina in merito agli stati di Consapevolezza e sotto la protezione della comunità degli altri illuminati, ricercatori della Verità, guerrieri. I buddisti ritengono che “l’interiorizzazione della dottrina possa offrire protezione dalla sofferenza” e la liberazione dalla stessa, ma non ci si deve illudere che l’illuminazione arrivi per grazia divina e del tutto gratuitamente. Scrive ancora il Dalai Lama:

 “Come ha detto Buddha:

Io ti insegno il sentiero verso la liberazione. Sappi che la liberazione dipende da te, Buddha è semplicemente colui che insegna il sentiero. Egli non dà la Consapevolezza come un dono; per ottenerla bisogna praticare l’etica, la meditazione concentrata e la saggezza […] La motivazione della tua pratica deve essere il bene di tutti gli esseri viventi, la loro liberazione dalla sofferenza e il raggiungimento della perfezione. Regola sempre la tua motivazione in modo che sia diretta ad aiutare gli altri il più possibile. Quantomeno, cerca di non fare loro del male”.

(Dalai lama, Lungo il Sentiero dell’Illuminazione, pag. 27)

Hai la vita: hai tutto

2

Si possa noi estrarre la piena essenza di questo sostegno vitale

Senza essere distratti dalle cose insensate di questa vita,

poiché un fondamento così buono, difficile da ottenere e facile da distruggere,

offre un’opportunità di scelta tra il profitto e la perdita, tra l’agio e la miseria.

 

Il sostegno vitale, a cui accenna il poema, è dato dalla dottrina del Buddha in merito agli stati di Consapevolezza e in merito al difficile cammino dell’illuminazione. Ma non basta: noi siamo corpo e mente e dice il Dalai Lama:

“Perché la pratica abbia successo hai bisogno di condizioni interne ed esterne favorevoli e tu le possiedi già. In quanto esseri umani, per esempio, abbiamo un corpo e una mente che sostengono la nostra comprensione degli insegnamenti. E così abbiamo soddisfatto la condizione interna più importante. Per quanto riguarda le condizioni esterne, ti servono la trasmissione delle pratiche e la libertà di praticare. Se le possiedi e ti sforzi, il successo è assicurato. Se, invece, non ti sforzi, è un terribile spreco. Devi tenere in gran conto queste condizioni perché, quando non ci sono, non hai nessuna opportunità. Devi tenere in gran conto il dono che attualmente possiedi. Una volta che hai ottenuto un corpo umano e le circostanze esterne giuste, allora, con un’aspirazione alla pratica, puoi rendere la tua vita significativa. Devi farlo. È tempo di farlo”.

(Dalai lama, Lungo il Sentiero dell’Illuminazione, pag. 29)

 

Mi viene in mente una frase di Don Juan: “Hai la vita: hai tutto”. Possedere la vita ci dà una grande possibilità: combattere sulla via dei guerrieri, percorrere la strada che porta all’illuminazione, combattere la “buona battaglia della fede” per dirla con san Paolo. Questa è la via da percorrere per dare un significato – l’unico veramente possibile e valido – a questa nostra esistenza. Solo così avremo scelto il profitto e non la perdita, l’agio e non la miseria (da intendersi, naturalmente, in senso spirituale).

 La parabola del Seminatore

 Nel senso appena detto si possono accogliere gli insegnamenti della parabola del Buon Seminatore, che troviamo nel Vangelo di Marco (4, 3-20):

 “Ascoltate. Ecco, uscì il seminatore a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra cadde fra i sassi, dove non c’era molta terra, e subito spuntò perché non c’era un terreno profondo; ma quando si levò il sole, restò bruciata e, non avendo radice, si seccò. Un’altra cadde tra le spine; le spine crebbero, la soffocarono e non diede frutto. E un’altra cadde sulla terra buona, diede frutto che venne su e crebbe, e rese ora il trenta, ora il sessanta e ora il cento per uno” […] Continuò dicendo loro: “Se non comprendete questa parabola, come potrete capire tutte le altre parabole? Il seminatore semina la parola. Quelli lungo la strada sono coloro nei quali viene seminata la parola; ma quando l’ascoltano, subito viene Satana, e porta via la parola seminata in loro. Similmente quelli che ricevono il seme sulle pietre sono coloro che, quando ascoltano la parola, subito l’accolgono con gioia, ma non hanno radice in se stessi, sono incostanti e quindi, al sopraggiungere di qualche tribolazione o persecuzione a causa della parola, subito si abbattono. Altri sono quelli che ricevono il seme tra le spine: sono coloro che hanno ascoltato la parola, ma sopraggiungono le preoccupazioni del mondo e l’inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie soffocano la parola e questa rimane senza frutto. Quelli poi che ricevono il seme su un terreno buono, sono coloro che ascoltano la parola, l’accolgono e portano frutto nella misura chi del trenta, chi del sessanta, chi del cento per uno”.

“Parola” è un termine che deve essere inteso come compendio degli insegnamenti iniziatici, oltre che delle norme di comportamento per disporre dell’Energia sufficiente ad entrare nell’ignoto. Intendendo “Parola” in questo senso, la parabola del Seminatore diventa molto più chiara: il seminatore è il Maestro, quelli lungo la strada sono coloro che sono spiritualmente molto deboli, per cui facilmente deviano – o, possono essere deviati (per il momento non dico da chi o da cosa: lo scoprirete più avanti) – dall’unica strada, che potrebbe portarli alla libertà. Poi abbiamo gli incostanti, i non determinati, quelli che più facilmente si spaventano delle difficoltà, che inevitabilmente si incontrano sulla via del guerriero. Il terzo tipo di discepoli sconfitti sono quelli che scelgono la miseria e la perdita nel senso del poema, che stiamo commentando: la bramosia e tutte le altre energie distruttive si impossessano di loro, assieme ad un illusorio senso di permanenza, per cui rinunciano a proseguire sulla strada dell’illuminazione. I tre tipi di risposta alla Parola – presentati dal Vangelo – spiegano molto bene le parole del poema “un fondamento così buono, difficile da ottenere e facile da distruggere”. Non è da tutti accedere agli insegnamenti dei Maestri; quante condizioni si debbono realizzare! Anzitutto dobbiamo avere ottenuto un’esistenza terrena, poi dobbiamo venire a contatto con una guida (cosa non facile poiché sono pochissime), poi dobbiamo avere un intento assolutamente inflessibile per proseguire su una strada bellissima, ma tremendamente difficile: le preoccupazioni mondane, gli stessi affetti, sentimenti negativi e un senso idiota di permanenza possono distruggere in un amen il lavoro svolto e i risultati raggiunti. In tal modo non potremo essere annoverati tra quelli per i quali la Parola ha dato frutto. Attenzione ad un particolare: Gesù dice che il frutto della Parola è di diversa intensità. Ciò significa che il grado di Consapevolezza raggiungibile non è uguale per tutti. In questo senso si possono intendere i cieli del Paradiso dantesco.

3

Si possa noi comprendere che non c’è tempo da perdere,

poiché la morte è definita, ma il momento della morte è indefinito.

Ciò che è stato raccolto si separerà, ciò che è stato

Accumulato sarà consumato e non ne resterà traccia,

Alla fine dell’ascesa inizia la discesa, la finalità della nascita è la morte.

 

Il terzo versetto è un inno all’impermanenza. Viviamo come se non dovessimo morire mai e così ci illudiamo che ci resti sempre moltissimo tempo. Invece la morte non può essere evitata, ma non ne conosceremo mai il momento e – quando essa veramente arriverà– tutto ciò che avremo accumulato, tutti i nostri affetti e tutti i nostri amici non ci saranno di alcun giovamento, né di aiuto, né tanto meno serviranno ad allungarci, sia pure di un solo istante, la vita. Questo verso è chiarissimo, per cui non mi dilungo.

 

4

Si possa noi essere sollevati dalla sofferenza opprimente dovuta alle varie cause della morte

Quando in questa città delle concezioni erronee del soggetto e dell’oggetto

Il corpo illusorio composto dai quattro elementi impuri

E la coscienza stanno per separarsi.

 

Di questo verso mi mette in particolare difficoltà la frase “città delle concezioni erronee”. Penso che la parola città non debba essere qui intesa nel senso comune, ma possa essere meglio compresa nel senso di sistema di percezione. Il nostro modo di percepire è errato e, soprattutto, illusorio poiché porta a considerare permanente il mondo materiale, l’unico che ci è familiare. Secondo la concezione buddista, ciò che percepiamo come realtà, come unica realtà, è un’illusione poiché è destinata a finire e proprio questa illusione ci porta ad accumulare karma negativo in quanto ci spinge a vivere come se il nostro corpo fosse eterno e come se le nostre cose, le persone che amiamo e così via non dovessero finire mai; in altre parole si determina in noi un tale attaccamento alla materia da spingerci a commettere ogni sorta di azione negativa pur di mantenere i nostri possessi. E con questo ci condanniamo a rinascere incessantemente.

Sono importanti, per una corretta interpretazione del verso, le parole “soggetto” e “oggetto”. A mio modo di vedere, esse si riferiscono rispettivamente alla causa e all’effetto dei fenomeni, compreso il nostro corpo. Per ogni fenomeno vi è una causa, così come ogni causa produce un effetto. Il punto è, secondo il buddismo, che non vi è alcuna causa indipendente, intrinseca, che, a sua volta, non sia stata generata da una causa superiore. Ogni fenomeno è sia causa, sia effetto. Potremmo considerare soggetto assoluto solo ciò che non ha una causa alla sua origine, ma che è la causa prima di altri fenomeni. Nella concezione cristiana, ebraica, musulmana la prima causa intrinseca di tutto è Dio, mentre i buddisti respingono questa ipotesi, quella di un dio all’origine di tutto.

Considerando il nostro corpo immortale, finiamo per pensare che esso sia causa di tutti i fenomeni, che appartengono alla nostra vita, mentre il nostro corpo è l’effetto di miliardi di cause! Confondiamo il soggetto con l’oggetto poiché il nostro parziale modo di percepire ci convince che il mondo materiale sia l’unico possibile e che non abbia causa alla sua origine. Lo stesso dire che ci ha creati Dio non ha molto senso per noi: se ci credessimo veramente, avremmo molto più forte il senso dell’impermanenza.

Se il corpo è impermanente deve morire. Al momento della morte corpo e mente si separano. Avverto che il termine mente può essere più efficacemente riferito all’aura, ai corpi sottili, all’anima. Durante la separazione è importante – al fine di ottenere una positiva reincarnazione – affrontare la situazione consapevolmente, con la massima serenità possibile e con tutto l’equilibrio di cui siamo capaci. Il verso si apre con una preghiera: “Si possa noi essere sollevati dalla sofferenza opprimente dovuta alle varie cause della morte”; il dolore fisico, la paura, la disperazione, che accompagnano molti morenti, impediscono ad essi di affrontare positivamente la difficile prova, sono un ostacolo insormontabile alle pratiche meditative, che, sole, possono aiutare un sereno trapasso ad un’altra dimensione percettiva. È un verso decisamente arduo, non tanto per il significato, quanto per la lontananza dal nostro comune modo di pensare: quanti di noi non preferirebbero una morte istantanea, piuttosto che affrontare tutto il cammino, che ci porta a separare anima e corpo?

 

5

Si possa noi essere sollevati dalle apparenze erronee della non virtù

Quando, ingannati nel momento del bisogno da questo corpo sostentato con tanto amore,

vediamo manifestarsi i temibili nemici – i signori della morte–

e ci uccidiamo con le armi dei tre veleni della bramosia, dell’odio e dell’illusione.

 La chiave del verso sta nel concetto dei “signori della morte”: sono gli aspetti dell’impermanenza, è l’impermanenza stessa, che si manifesta con tutta la sua potenza quando appare evidente che stiamo morendo. Quali sono le nostre reazioni all’ormai inevitabile dipartita? Molti acconsentono a essere collegati a delle macchine per avere l’illusione di sopravvivere, sia pure di qualche minuto, altri si lasciano intontire dai farmaci per superare un dolore intollerabile, o che sembra tale, altri ancora dimostrano un insano attaccamento ai propri averi e sviluppano forti sentimenti tipici dell’attaccamento, quali la bramosia e l’odio. Il voler fuggire dall’evidenza dell’impermanenza della vita e delle cose è uno dei tre sentimenti distruttivi: l’ignoranza, il rifiuto del fatto che tutto passa, noi compresi, intesi come corpi fisici, il desiderio smodato dei beni e degli affetti, che possono portare all’odio per chi si oppone al nostro accumulare e per la vita stessa poiché ha l’ardire di finire. Bramosia, odio e ignoranza sono i tre sentimenti, che distruggono la nostra vita in ogni momento, che rendono penosa la fine, che ci impediscono una morte serena e consapevole e, infine, che ci fanno accumulare karma negativo, provocando rinascite penose. Le prime parole del quinto versetto del poema – “Si possa noi essere sollevati dalle apparenze erronee della non virtù” – sono una fervente preghiera perché tutti noi si sia liberati, quando arriverà il momento di morire, dalle apparenze e dalle illusioni di questa vita, che ci allontanano dalla pratica virtuosa.

Come si vede, una volta trovata la chiave, il verso risulta molto semplice. Mi preme sottolineare come i buddisti insistano sulla confusione che uno stupido senso di permanenza può generare in noi e accompagnarci fino alla fine ed oltre.

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