La consapevolezza della morte (4): le fasi del processo di morte

 

Mi rendo conto che potrebbe sembrare inopportuno e di cattivo gusto parlare con tanta insistenza della consapevolezza della morte, ma le considerazioni che riporto in questo articolo mi sono servite a capire tante cose e ad allontanare la paura della fine, che non vedo più come tale, ma solo come un necessario passaggio. Ammetto, al contrario, che mi è difficile abbattere la paura della sofferenza, che potrei sperimentare in quei momenti.

Inoltre l’analisi del processo di morte fatta dai Buddhisti mi è servita a comprendere il grande mistero della crocifissione, morte e risurrezione del Maestro Gesù.

La solitudine della morte

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Si possa noi ricordare le istruzioni relative alla pratica

Quando i medici ci abbandonano e i riti si rivelano inutili,

quando gli amici hanno perso ogni speranza per la nostra vita

e non ci resta altro da fare.

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Si possa noi avere la fiducia che scaturisce dalla gioia e dal diletto

Quando, lasciati da parte cibo e ricchezze accumulate con l’avarizia

Ci separiamo per sempre dagli amici amati e desiderati,

per andare, soli, verso una situazione pericolosa.

 

Le due strofe possono essere senz’altro commentate insieme, leggendole come segue: “quando i medici ci abbandonano e i riti si rivelano inutili, quando, lasciati da parte cibo e ricchezze accumulate con l’avarizia e quando gli amici hanno perso ogni speranza per la nostra vita, ricordiamo le istruzioni relative alla pratica e nutriamo la fiducia che scaturisce dalla gioia e dal diletto”.

La scena è quella di tante morti, salvo nel caso in cui la fine sia improvvisa o violenta. I medici scuotono la testa e allargano le braccia impotenti. Ai parenti, che appaiono più forti o coraggiosi, rivelano che non c’è più nulla da fare e che “è ormai questione di ore”. I parenti piangono, qualcuno più premuroso stringe la mano al moribondo e gli parla. Non fatelo mai: i moribondi percepiscono tutto. Le lamentazioni possono portarli alla disperazione, oppure ai sentimenti negativi, di cui abbiamo detto in precedenza; di sicuro il parlare in tono lamentoso rinvigorisce gli affetti, aumentando il senso di attaccamento. L’unica cosa giusta da fare è parlare in modo da favorire pensieri virtuosi e rasserenanti. Se non potete trattenervi dal piangere, allontanatevi.

Ora il moribondo è solo: sono anche finiti i riti religiosi, inutili ad allungare la vita, ma che possono essere di grande aiuto per generare nel moribondo pensieri positivi; i medici se ne sono andati, i parenti cercano di rendersi utili a non si sa cosa; ormai è impossibile comunicare nei modi consueti, ma il moribondo può ancora essere lucido e può rimanerlo per molti giorni anche dopo che è cessato il respiro. Un’affermazione, che a molti potrà apparire sconvolgente, ma le cose stanno proprio così: la cessazione del respiro non dà la certezza dell’avvenuta morte, tanto che, ogni tanto, vengono segnalati casi di “risveglio”. Ne parleremo poco più avanti in questo stesso capitolo. Di fronte a questo abisso di solitudine che può fare il moribondo nell’ultima lucidità? Dice il Dalai Lama:

 

“Finché sei lucido, devi fare tutto il possibile per mantenere la mente virtuosa. A questo scopo è necessario ricordare le istruzioni per generare atteggiamenti virtuosi. … Tutte le istruzioni che hai ricevuto in base alle tue capacità e alla tua intelligenza devono essere ricordate chiaramente in questi momenti. Esegui la tua pratica abituale al livello che hai raggiunto durante questi momenti.

(Dalai lama, Lungo il Sentiero dell’Illuminazione, pag. 49-50)

 

Il Dalai Lama insiste molto sull’importanza del prepararsi, per tutta la durata della vita, alla morte per ricordarsi, nel momento supremo, delle meditazioni fatte e delle rivelazioni ricevute su ciò che avviene durante il trapasso. Questo insegnamento, si badi bene, non è peculiare solo del buddismo: un tempo, lo ricordo bene, anche la chiesa cattolica organizzava cicli di preghiera per la “buona morte”. Non chiediamoci quanto potessero servire perché l’utilità di qualunque preghiera e di qualunque forma di meditazione è direttamente proporzionale alle capacità, all’intelligenza e alla spiritualità dell’individuo. Ricordo anche come, nel mercoledì delle ceneri, venisse cosparso il capo dei fedeli di cenere e come il gesto del sacerdote (applicato individualmente ad ogni fedele) fosse accompagnato dalle parole (in latino): “Ricorda, uomo: polvere sei ed in polvere ritornerai”. Era una piccola meditazione sull’impermanenza. Oggi si è sostituito il tutto con un generico atto di pentimento e di conversione evangelica, che serve molto a poco, per non dire nulla. Peccato che la chiesa cattolica, a seguito dei furori distruttivi post-conciliari, abbia sistematicamente eliminato le pratiche e i riti che avrebbero potuto essere tanto utili ai fedeli, sol che li si fosse interpretati correttamente!

Rimane una cosa da chiarire: il settimo verso è semplice, ma contiene una frase inquietante. Il fatto che con la morte si vada “verso una situazione pericolosa” (oltre che sconosciuta!). Il pericolo, di cui parla il verso, è riferito alle apparenze – anche mostruose e terribili – che possono apparire durante il processo di separazione della coscienza dal corpo. Il pericolo, qualora il morente si lasciasse sopraffare dall’angoscia, è quello di non riuscire a mantenere un atteggiamento sereno e ricco di implicazioni positive per il proprio karma e per le rinascite.

Le ultime fasi della morte

Ora viene il difficile, almeno per noi occidentali! Infatti, se finora il poema ci ha spiegato la necessità di meditare sull’impermanenza, ora lo stesso si addentra nei particolari della morte. Da questo momento in poi gli iniziati – chi ha scritto il poema e chi lo ha commentato – ci descrivono ciò che hanno visto del processo della morte in ogni particolare.

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Si possa noi generare una potente mente di virtù

Quando gli elementi – terra, acqua, fuoco e vento – si dissolvono progressivamente,

la forza fisica viene a mancare, la bocca e il naso raggrinziti si seccano,

il calore si ritira, il respiro è affannoso ed escono rantoli.

 

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Si possa noi capire la modalità senza morte dell’essere

Quando compaiono varie apparenze erronee, temibili e mostruose,

e in particolare il miraggio, il fumo e le lucciole,

e i destrieri delle ottanta concezioni indicative scompaiono.

 

Le due strofe riportate devono essere commentate insieme poiché sono strettamente correlate.

Nella filosofia buddista il corpo è costituito da quattro elementi:

  1. Terra (elementi solidi del corpo);
  2. Acqua (fluidi del corpo);
  3. Fuoco (calore);
  4. Vento (energia e movimento).

Così come al momento del concepimento e durante tutto il processo di formazione del corpo fisico della persona si assiste ad un progressivo addensamento dei quattro elementi costituenti, al momento della morte, o meglio durante il processo che porta alla morte, si assiste al progressivo dissolvimento degli stessi elementi.

Per ogni elemento, che si dissolve, si distingue una fase del processo di morte. Si tratta quindi di quattro stadi, a cui ne seguono altri quattro, che riguardano non più il crollo degli elementi che costituiscono il corpo, bensì il passaggio della coscienza fino alle profondità della mente. In tutto, il processo di morte – secondo la filosofia buddista – si compone di otto momenti.

Prima di iniziare a parlare di queste fasi, chiediamoci quando il processo comincia, soprattutto chiediamoci quanto tempo prima si possono notare i segni dell’imminenza della morte.

Non esiste una risposta precisa, esistono solo dei segni. Si tenga anche conto che, in caso di morte violenta, le quattro fasi vengono attraversate in rapida successione e in modo inconsapevole: per questo motivo una morte violenta non è da augurare a nessuno. I segni che qualcosa sta cambiando in modo radicale e definitivo nella vita di una persona sono chiamati dai buddisti – con bella espressione – i “portenti della morte”. Escludendo il caso di morte violenta, i portenti della morte si manifestano negli individui da uno a due anni prima della morte vera e propria, ma per alcuni essi iniziano a verificarsi anche molto prima.

Quali sono i Portenti della Morte? Anzitutto cambia il modo di respirare (in particolare, il modo in cui il respiro si muove nelle narici, spiega il Dalai Lama). Questo è un segno molto difficile da osservare e può sfuggire all’attenzione. C’è, però, un’altra caratteristica, che molto spesso presentano le persone destinate a morire entro un tempo relativamente breve: esse sviluppano sentimenti completamente diversi – rispetto a quelli normalmente palesati – nei confronti degli altri e nei confronti delle cose. Molto spesso questi repentini cambiamenti vengono addebitati a malattie della circolazione, o alla vecchiaia in genere; in realtà si tratta di segni di una morte ormai prossima (sempre nel termine di un anno o due). Alle volte si nota un addolcirsi della persona, prima spigolosa, rabbiosa, antagonista; improvvisamente essa diventa disponibile, più aperta, cerca la compagnia di persone, che prima fuggiva. In altri casi avviene il contrario. In una parola: quando una persona cambia radicalmente e quasi improvvisamente, in meglio o in peggio, aspettatevi la sua fine più o meno prossima.

Vi sono altri possibili segni della morte imminente e tutti vanno nel senso di un più o meno palese cambiamento dell’individuo.

Le otto fasi della morte nella filosofia buddista sono le seguenti:

  1. Miraggio;
  2. Fumo;
  3. Lucciole;
  4. Fiamma di una lampada;
  5. Mente – cielo bianco vivido;
  6. Mente – cielo rosso arancione vivido;
  7. Mente – cielo nero vivido;
  8. Chiara luce.

Si tratta di fasi che si susseguono nell’ordine dato, non solo quando si muore, ma ogni volta che vi è un repentino cambiamento del livello percettivo, tipo quando ci si addormenta, quando finisce un sogno, quando si starnutisce, quando si sviene e quando si ha un orgasmo. L’ordine diventa inverso al risveglio, quando si inizia a sognare e quando uno starnuto, uno svenimento o un orgasmo finiscono. In pratica si tratta di “stati profondi della mente”, di livelli percettivi differenti, che si succedono in sequenza più o meno veloce, non solo al momento della morte, ma anche nella vita quotidiana. Noi, però, non capiamo quanto avviene nelle situazioni elencate per ignoranza e per mancanza di attenzione consapevole.

La coscienza, per poter operare in un mondo materiale, ha bisogno di un supporto, che è dato, per le persone sane, dal corpo solido e, in particolare, dallo scheletro. La persona morente non ha più la forza di stare in piedi e anche i movimenti delle braccia e delle mani risultano gravemente impediti: il corpo non è più in grado di sostenere la vita vigile; si dissolve l’elemento terra, là dove per dissoluzione si intende impossibilità degli elementi solidi a sostenere la coscienza. Il corpo diventa secco, inaridito, la vista è sempre più sfocata. Il moribondo ha l’impressione di essere risucchiato, di precipitare. È una sensazione fastidiosa, per alcuni paurosa, ma è illusoria, come un miraggio, così come miraggi appaiono le proiezioni della mente. Di qui il nome di “Miraggio” di questa prima fase del processo di morte, durante la quale la coscienza è sostenuta solo dagli elementi liquidi del corpo.

Nella seconda fase (Fumo) cessa il sostegno degli elementi liquidi alla coscienza, sostegno che viene esercitato dall’elemento fuoco. Al morente si secca la bocca, non vi è più salivazione, la gola è arsa. Inutile bagnare le labbra: tutti gli elementi liquidi del corpo si seccano, compreso il sangue. Normalmente in questa fase sale la febbre a testimonianza della funzione accentuata dell’elemento fuoco. Il moribondo non ode più e nella sua mente vede degli sbuffi di fumo, da cui il nome della fase.

Nella terza fase (Lucciole) scompare l’elemento fuoco e l’attività della coscienza è sostenuta dall’energia (vento), che normalmente presiede una serie di funzioni corporee. La temperatura diminuisce: per alcuni partendo dai piedi, per altri iniziando dalla testa. Cessa qualsiasi possibilità di interazione con l’ambiente esterno, scompare il senso dell’olfatto, cominciano le difficoltà di respirazione e l’emissione di rantoli. Nella mente si vedono tanti punti luminosi, come se fossero lucciole. Abbiamo detto che il processo di morte si ripete, anche se in modo meno evidente e in tempi più brevi, durante gli svenimenti. Ebbene, io in un paio di occasioni sono svenuto. In entrambi i casi ricordo in modo vivido come, un attimo prima di perdere completamente i sensi, nella mia mente apparvero su uno sfondo nero tanti punti luminosi. Non ci feci caso allora (per di più ero un bambino), ma, leggendo la spiegazione del poema, me ne sono ricordato.

La strofa n. 9 inizia con una invocazione: “Si possa noi capire la modalità senza morte dell’essere”. Con queste parole si chiede di comprendere come noi uomini si sia immortali, come la nostra consapevolezza, a meno che non vada completamente perduta, continui al di là delle apparenze del mondo materiale. Il capire queste profonde verità ed il richiamarle alla coscienza, mentre si sta morendo, evita la paura indotta dalle visioni tipiche del trapasso.

La stessa strofa richiama le varie fasi descritte nel verso precedente: miraggio, fumo e lucciole; inoltre accenna ai “destrieri delle ottanta concezioni indicative”, che vanno scomparendo. In pratica scompaiono paura, fame, sete, attaccamento alle cose, avidità, gioia, generosità, disonestà, depressione, dubbio, odio, ovvero tutti gli stati connessi alla nostra condizione materiale. Nella filosofia buddista questi stati (essa parla di esperienze concettuali) sono, per l’appunto, ottanta e appartengono a un livello di coscienza umano. Vi sono anche stati più sottili della consapevolezza (i buddisti dicono “della mente”), che si manifestano non appena sono cessati i livelli di coscienza più materiali e che corrispondono alle tre successive fasi della morte (Apparenza bianca vivida, Apparenza rosso arancione vivida, Apparenza nera vivida, Mente della chiara luce), di cui non parleremo in considerazione della difficoltà dell’argomento.

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