DANTE E IL 1.o CANTO DELL’INFERNO: L’ANTICRISTO – 4

Virgilio e Beatrice
Virgilio e Beatrice

Abbiamo lasciato Dante mentre parlava, con terrore, della lupa. L’insistenza con cui Dante ne racconta fa venire un sospetto: che si tratti di qualcosa di più che del semplice simbolo di emozioni distruttive. Infatti è l’anticristo. Su questa apocalittica figura bisogna dire qualcosa. Su di essa è stato commesso lo stesso errore che si commette con l’idea dominante del Dio unico dei monoteisti: lo si considera una persona, un’entità, un individuo inserito nella storia, che interagisce con l’uomo e con le altre forme di esistenza, che ha sentimenti quasi umani, che alletta, inganna, invidia. Un essere mostruoso in certe versioni, bello come un angelo in altre, comunque un essere (Paolo di Tarso, nella II.a lettera ai Tessalonicesi, lo chiama “l’uomo del peccato, il figlio della perdizione”), magari dotato di poteri magici (nella stessa lettera dell’Apostolo delle Genti: “La venuta di quell’empio avrà luogo per l’azione efficace di Satana con ogni sorta di opere potenti, di segni e di prodigi bugiardi, con ogni tipo d’inganno e d’iniquità”), ma pur sempre un essere limitato. Nulla vieta che esistano degli esseri composti esclusivamente di energia, che sfruttano l’uomo per loro fini particolari, ma l’anticristo è già in ognuno di noi: odio, invidia, avarizia, desiderio smodato di beni, impulso omicida, tradimento, frode, furto, ignoranza, prepotenza e così via (ogni riferimento ai politici è puramente casuale!) stanno trasformando la nostra esistenza in un vero inferno. Non solo: queste disposizioni d’animo portano guerre, sofferenze, indigenza, malattie, morte e, in particolare ai giorni nostri, sembra che tutto questo non possa più finire e che, al contrario, violenza, prevaricazione e disperazione aumentino ogni giorno. Le emozioni distruttive, come le chiama il Dalai Lama, soffocheranno l’umanità, la renderanno inerte, le annulleranno la consapevolezza, ridurranno gli uomini ad ectoplasmi evanescenti, a meno che non sorga l’arcangelo Michele a combattere Satana, che non si manifesti il Cristo che sconfigga la “bestia” di apocalittica memoria. Detto così, però, non ha nessun senso e si continua nell’equivoco di vedere tutto come fatti storici, come duello tra entità a noi estranee. No, accogliere il Cristo non significa andare a messa la domenica, significa diventare consapevoli di come siamo, indagare la verità, volere con estrema determinazione aumentare il nostro grado di consapevolezza, scegliere un regime di vita disciplinato, sobrio ed intelligente. In questo modo le emozioni negative, i sentimenti schifosi, che albergano nella nostra energia, l’anticristo insomma, non potranno far altro che tornare nel loro inferno.

Dante, a mio avviso, con la lupa ha voluto indicare l’anticristo e con il Veltro, il Cristo stesso: un’energia negativa – quale quella che si forma sotto l’impeto delle disposizioni d’animo più brutte – che può venire sconfitta dalla consapevolezza umana, dal riappropriarsi della Verità, di vivere non più da bruti ma – sempre per dirla con Dante – “per seguire virtute e conoscenza”.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,

e più saranno ancora, infin che ‘l veltro

verrà, che la farà morir con doglia.

Dante dice che l’azione della lupa si manifesta con la possessione, da parte sua, di molte forme di vita, portandole all’annichilimento della loro presenza mentale. L’azione della lupa sarà così estesa, e si estenderà sempre di più, che si potrà ben dire che si è manifestato l’anticristo. Ma l’uomo – ci si augura – non è così stupido e, quando prenderà coscienza di quanto sta effettivamente avvenendo, prenderà le contro misure, adotterà la filosofia cristiana, o buddista, o sciamanica, o qualunque altro credo che lo porti sulla strada della liberazione dal peso di tanto male, vedrà l’essenza delle cose (in questo senso si deve intendere la manifestazione del Cristo), comprenderà la verità, capirà il senso dell’impermanenza e dell’interdipendenza di tutti gli esseri, rispetterà ogni forma di esistenza. Il “male” dentro di lui sarà sconfitto e potrà tornare nel suo inferno. Dante lo dice con i versi seguenti:

Questi non ciberà terra né peltro,

ma sapïenza, amore e virtute,

e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,

fin che l’avrà rimessa ne lo ‘nferno,

là onde ‘nvidia prima dipartilla.

Dante lo dice chiaramente: per combattere l’anticristo non si deve coltivare l’attaccamento ai beni materiali (“…non ciberà terra né peltro”), ma coltivare “sapïenza, amore e virtute”. Dante dice una cosa misteriosa, “sua nazion sarà tra feltro e feltro”: sembra la profezia della comparsa di un messaggero divino, che nascerà in un luogo “tra feltro e feltro”. Ai tempi di Dante il feltro era un tessuto di scarsissima qualità. Vuol forse dire che il messaggero divino sarà di umile condizione? Tutto può darsi, ma si tratta di un verso, tra i più misteriosi della Divina Commedia, e non può essere interpretato senza dire sciocchezze.

E’ strano anche come Dante riservi una particolare attenzione all’Italia. Forse qui profetizza la situazione attuale? Una situazione resa ancor più incandescente dal dilagare della mala vita organizzata, dello spandersi dell’ignoranza, dell’arroganza elevata a sistema, della stupidità premiata. Ci potrebbe stare, ma per poterlo dire dovrei parlare di altri misteri, il che mi è proibito.

Ora segue il programma di viaggio dei due Poeti:

 

Ond’ io per lo tuo me’ penso e discerno

che tu mi segui, e io sarò tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

che la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti

nel foco, perché speran di venire

quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a ciò più di me degna:

con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,

perch’ i’ fu’ ribellante a la sua legge,

non vuol che ‘n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;

quivi è la sua città e l’alto seggio:

oh felice colui cu’ ivi elegge!».

Facile comprendere come Virgilio dica a Dante che lo farà viaggiare per l’inferno e per il purgatorio, per poi lasciare il testimone a Beatrice perché egli non può entrare in paradiso in quanto “… fu’ ribellante a la sua legge”. Mi sembra eccessivo. Va bene che qualche contentino alla chiesa cattolica Dante doveva pur darlo, ma sposare una tesi aberrante, quale quella che vuole che anche chi è senza peccato – e che senza colpa non abbia seguito la dottrina cristiana – non possa andare in paradiso, sol perché non battezzato, mi sembra idiota.

Il “loco etterno / ove udirai le disperate strida / vedrai li antichi spiriti dolenti / che la seconda morte ciascun grida” non è l’inferno cristiano, è la vita umana, è l’acquisizione della consapevolezza di cosa siamo diventati, o di cosa possiamo diventare. Il luogo è eterno perché chi impoverisce la propria energia rimane invischiato in un ciclo senza fine (eterno, appunto) di rinascite e che, piuttosto che continuare senza speranza preferirebbe la “seconda morte”, ovvero l’annullamento totale della consapevolezza datagli in dote.

Il purgatorio è l’azione cosciente di ricapitolazione delle proprie esperienze, che comporta, come detto in un precedente articolo su Dante, il recupero dell’energia e della consapevolezza perdute in azioni e stili di vita nefandi.

E io a lui: «Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

a ciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’ or dicesti,

sì ch’io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti».

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

Ci congediamo dal 1° canto dell’Inferno di Dante. E’ stato lungo, ma avrei da parlarne ancora per giorni. Invito coloro che volessero saperne di più a scrivermi al mio indirizzo di posta elettronica. Per quanto mi sarà permesso darò le risposte che desiderano. Sempre che io ne sia in grado!

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