DANTE E IL 2° CANTO DELL’INFERNO

Virgilio e Beatrice
Virgilio e Beatrice

Per comprendere il secondo canto dell’inferno di Dante e, in particolare, il significato e la portata della figura di Beatrice è necessario richiamare alcuni concetti fondamentali della filosofia degli Sciamani e di altre correnti di pensiero.

La teoria degli Sciamani è molto semplice, lasciando alla scienza il compito di studiare le leggi e le implicazioni della stessa: l’universo è un infinito agglomerato di campi di energia, che somigliano a fili di luminosità”. Ciò significa che ogni cosa ed ogni essere esistente nell’universo è composto da campi di energia, da raggi e particelle della stessa. Per convincersi della veridicità di questa affermazione è sufficiente pensare a come è fatto un atomo ed alle particelle sub atomiche che lo compongono e a cosa insegna la fisica quantistica a proposito delle stesse.

Gli Sciamani dicono anche che tutta l’energia, che compone l’universo, promana da una fonte di inimmaginabili proporzioni, chiamata “Aquila” (si veda, per esempio, Castaneda “Il potere del silenzio” pag. 12): “questi campi di energia, chiamati emanazioni dell’Aquila, s’irradiano da una fonte di proporzioni inimmaginabili, chiamata metaforicamente l’Aquila”.

Faccio notare che l’Aquila (simbolo di molte nazioni antiche e moderne, oltre che di importanti nobili casati) altro non è che l’equivalente del “Dio Padre” dei cristiani, che non è affatto Dio inteso come entità a se stante (ho scritto un altro articolo in proposito). Inutile tentare di analizzare la questione di Dio: le difficoltà sono insormontabili, appartenendo Dio alla sfera dell’inconoscibile. Sulla realtà e l’esistenza dell’Energia, però, possiamo essere tutti d’accordo, credenti e non, ignoranti e sapienti, scienziati e studiosi di cose spirituali. I campi d’energia possono combinarsi tra loro in infiniti modi per dare luogo ad infinite forme di esistenza, che differiscono tra di loro per il diverso grado di consapevolezza, oltre che per la forma in cui viene percepito il loro modo di presentarsi. Per consapevolezza si deve intendere la presenza mentale, la sensazione di fare esperienze di vita come individui, o come specie: un animale non ha la sensazione di essere un individuo singolo, unico ed irripetibile, come avviene per l’uomo. Ciò in quanto la sua consapevolezza di essere (ovvero la presenza mentale dei fasci energetici, che lo compongono) rimane confinata alla propria famiglia di appartenenza (felini, equini ecc.), all’«anima di gruppo» della stessa, come dicono gli antroposofi.

Nel mondo animale non sono i singoli individui ad avere consapevolezza individuale, ma un’entità superiore, per la quale ognuno di essi ha, più o meno, la stessa funzione che hanno gli organi per gli esseri umani. E’ quanto succede anche per i gruppi umani meno evoluti, che “sentono” molto più l’appartenere ad una “famiglia”, che non l’essere individui. In queste società di tipo tribale la vita del singolo individuo ha un valore molto marginale.

La consapevolezza di ogni “specie” animale viene trasmessa ai singoli appartenenti alla stessa dai genitori all’atto del concepimento.

Anche gli esseri umani hanno questo tipo di consapevolezza di specie, che chiameremo “umana”.

Tutti gli esseri vivono solo per arricchire la consapevolezza, loro donata con la vita sensibile, con le esperienze dell’esistenza.

E’ un’affermazione sconvolgente, che ho trovato sui libri di Castaneda, che presentano tutta la filosofia degli Sciamani: “Una delle eredità più drammatiche che gli antichi veggenti ci avevano lasciato era la scoperta che gli esseri viventi esistono solo per affinare la consapevolezza” [Castaneda, Il Fuoco dal Profondo, pag. 52]. Castaneda racconta anche che il suo maestro, don Juan Matus“in tono semiserio mi chiese se io conoscessi una risposta migliore alla domanda che ha sempre angosciato l’uomo: la ragione della nostra esistenza” e che egli, da quel buon razionalista che era, reagì protestando che si trattava di un quesito al di fuori di ogni logica e che esso comportava la discussione di credenze religiose e di questioni di fede; al che don Juan proseguì “Gli antichi veggenti dissero che non ha nulla a che vedere con la fede … Ciò che io cercavo di farti vedere con questa domanda, che ti ha dato tanto fastidio, è che il nostro raziocinio di per sé solo non può procurare una risposta sulla ragione della nostra esistenza. Ogni volta che cerca di farlo, la conclusione è sempre materia di fede e convincimento. Gli antichi veggenti presero un’altra strada e … giunsero a un’altra conclusione che non ha nulla a che vedere con fede e convincimento”. Disse che “gli antichi veggenti, affrontando incalcolabili pericoli, avevano visto la forza indescrivibile che sta all’origine di tutti gli esseri conosciuti … Essi videro che è l’Aquila che concede consapevolezza. L’Aquila crea esseri coscienti perché vivano ed arricchiscano la consapevolezza data loro con la vita. Videro che è l’Aquila a divorare la stessa consapevolezza arricchita dalle esperienze di vita, dopo che gli esseri coscienti l’abbandonano al momento della morte … Videro che la consapevolezza si separa dagli esseri coscienti e si allontana volando al momento della morte. Allora galleggia come un luminoso fiocco di bambagia proprio fin nel becco dell’Aquila, per essere consumato. Per gli antichi veggenti questa era l’evidenza che gli esseri coscienti vivono solo per arricchire la consapevolezza, cioè il cibo dell’Aquila” [Castaneda, Il Fuoco dal Profondo, pag. 52-53].

Per non perdersi in quelle che possono sembrare affermazioni assurde (un’aquila che concede la consapevolezza?! che la divora dopo la morte?! e così via) bisogna tenere presente che la consapevolezza umana è destinata a ritornare alla sua origine.

La consapevolezza e l’energia degli uomini tornano all’Aquila modificate dai fatti della vita, sperimentati dalla loro entità, quali essi siano stati.

Il quadro fatto è desolante e sembra dar ragione a coloro che affermano esserci il nulla dopo la morte.

Essi hanno ragione, ma solo con riferimento alle entità umane, che non sono riuscite a dare un senso di individualità alla loro consapevolezza.

La consapevolezza umana deve diventare presenza mentale individuale perché la persona possa continuare a percepire anche dopo la morte.

Solo così la vita umana ha un senso e raggiunge il suo scopo.

Perché ciò possa avvenire, l’uomo deve riuscire, nel corso della vita fisica, a sviluppare la consapevolezza, ad espanderla fino a collegarsi con l’oceano infinito di consapevolezza ed energia.

Come succede questo?

Per comprendere a grandi linee questo mistero, possiamo prendere in prestito un esempio dalla chimica.

Una reazione chimica è la trasformazione della materia, in cui più composti chimici modificano la loro struttura originaria, dando origine a composti differenti senza alterazione di massa, a seguito della variazione dei primitivi legami intramolecolari. Si pensi al caso banalissimo del ferro, che, combinandosi con l’ossigeno, produce l’ossido di ferro, ovvero la “ruggine”.

Alcuni elementi si combinano facilmente tra di loro per dare vita ad una nuova molecola, altri – pur potendo legarsi tra di loro – impiegano tempi anche lunghissimi per creare un nuovo composto; in questi casi, l’uso di un reagente chimico adatto può favorire il combinarsi – in tempi ragionevolmente brevi – di due, o più, elementi. Questo reagente chimico è detto “catalizzatore”.

La consapevolezza umana assume presenza mentale individuale reagendo, legandosi, con la consapevolezza cosmica.

E’ una trasformazione lentissima e, qualora non venisse “aiutata”, impossibile.

Il catalizzatore, che può favorire questo processo (importantissimo: ne va della nostra eternità!), è la stessa energia vitale a disposizione dell’individuo.

Più una persona è ricca di energia, meno ne dissipa con un uso inadeguato del proprio corpo e con le emozioni negative, più facilmente ottiene la “reazione” della sua consapevolezza umana con la consapevolezza cosmica e la conseguente formazione di un nuovo “elemento”: la consapevolezza umana dotata di presenza mentale individuale.

Questo nuovo elemento “energetico” può continuare a percepire anche dopo la fine della vita fisica. Gli Sciamani usano a questo proposito un’espressione efficacissima: “passare a sinistra del becco dell’Aquila”.

In questa prospettiva, la morte non significa necessariamente la fine di ogni percezione individuale, il perdersi nel “mare oscuro della consapevolezza”, a condizione che gli uomini mantengano efficiente l’energia e la consapevolezza concessa loro dall’Aquila.

Il pensiero degli Sciamani, nella sua semplicità ed essenzialità, segna un decisivo progresso per la comprensione dei misteri dell’esistenza.

Voi vi chiederete: ma tutto questo cosa c’entra con Dante? C’entra perché, per comprendere il suo poema – non solo in superficie, ma nei suoi possibili significati più reconditi – è necessario considerare quale potesse essere il suo messaggio segreto, cosa volesse veramente dire all’umanità, sia pure in forma non chiara ed esplicita, anche per non incorrere nelle ire della cosiddetta “santa” inquisizione. Dante era un grande iniziato, che era stato scelto per una missione sublime: far comprendere agli uomini la verità, far loro conoscere l’essenza delle cose.

Armati delle conoscenze fin qui acquisite, possiamo meglio interpretare il significato dei simboli nascosti nella fantastica “Commedia” di Dante.

Il secondo canto dell’Inferno propone dei momenti di grande, quanto struggente, poesia. Il significato apparente di questo canto è molto semplice: avevamo lasciato Dante che si apprestava al grande viaggio (il primo canto si concludeva con le parole “allor si mosse ed io gli tenni dietro”), ma egli è assalito dal dubbio di non essere degno di ripercorrere la via iniziatica, che, prima di lui, avevano percorso Enea e Paolo di Tarso; almeno in base ai racconti dell’Eneide e della seconda lettera ai Corinti (“Conosco un uomo in Cristo, il quale quattordici anni fa – se nel suo corpo, o fuori dal suo corpo, non lo so, lo sa Iddio – fu rapito fino al terzo cielo”).

Dante qui fa un bellissimo quadretto di una falsa professione di umiltà, dichiarandosi indegno di essere chiamato a tanta sorte, di essere stato scelto per raccontare all’umanità le cose celesti e sostenendo con Virgilio di non essere né Paolo, né Enea:

Ma io, perché venirvi? o chi ‘l concede?
Io non Enëa, io non Paulo sono;
me degno a ciò né io né altri ‘l crede.

Per che, se del venire io m’abbandono,
temo che la venuta non sia folle.
Se’ savio; intendi me’ ch’i’ non ragiono».

E qual è quei che disvuol ciò che volle
e per novi pensier cangia proposta,
sì che dal cominciar tutto si tolle,

tal mi fec’ ïo ‘n quella oscura costa,
perché, pensando, consumai la ‘mpresa
che fu nel cominciar cotanto tosta.

Dante era uno Sciamano e, come tutti i “guerrieri” dello spirito incontra qui, subito, il primo nemico di ogni uomo, che intenda progredire spiritualmente: la paura. Virgilio, che è il suo maestro, lo sa benissimo e, senza usare tante perifrasi, gli dà bonariamente del vigliacco:

«S’i’ ho ben la parola tua intesa»,
rispuose del magnanimo quell’ ombra,
«l’anima tua è da viltade offesa;

la qual molte fïate l’omo ingombra
sì che d’onrata impresa lo rivolve,
come falso veder bestia quand’ ombra.

Per far diminuire la paura di Dante, Virgilio si risolve a dirgli perché è accorso in suo aiuto nella selva paurosa, quella in cui il Poeta si era trovato “nel mezzo del cammin di nostra vita”. Virgilio racconta a Dante come, trovandosi egli nel limbo (“io era tra color che son sospesi”: quanta nostalgia del paradiso perduto – nostalgia composta e dignitosa, però – c’è in queste parole!), scendesse a lui dal cielo Beatrice (“E donna mi chiamò beata e bella / tal che di comandar io la richiesi”) e lo invitasse a correre in soccorso di Dante. In soccorso ?! Perché? Leggiamo tutto:

Io era tra color che son sospesi,
e donna mi chiamò beata e bella,
tal che di comandare io la richiesi.

Lucevan li occhi suoi più che la stella;
e cominciommi a dir soave e piana,
con angelica voce, in sua favella:

“O anima cortese mantoana,
di cui la fama ancor nel mondo dura,
e durerà quanto ‘l mondo lontana,

l’amico mio, e non de la ventura,
ne la diserta piaggia è impedito
sì nel cammin, che vòlt’è per paura;

e temo che non sia già sì smarrito,
ch’io mi sia tardi al soccorso levata,
per quel ch’i’ ho di lui nel cielo udito.

Or movi, e con la tua parola ornata
e con ciò c’ha mestieri al suo campare,
l’aiuta sì ch’i’ ne sia consolata.

I’ son Beatrice che ti faccio andare;
vegno del loco ove tornar disio;
amor mi mosse, che mi fa parlare.

“Io son Beatrice che ti faccio andare” … A parte che, detta così, sembra la pubblicità di un lassativo, chiediamoci: ma chi era veramente Beatrice? Cosa cela dietro la sua figura il grande Dante?

Non esiste una documentazione sicura dell’esistenza della Beatrice di Dante, se non scarsissimi – e non del tutto attendibili – scritti. Questa figura è stata identificata nella persona di Beatrice – detta Bice – Portinari, moglie di tale Simone de’ Bardi, nata (ma si tratta di una data desunta solo per analogia con la cronologia della vita di Dante) nel 1266 e morta a soli 24 anni nel 1290. Si dice che Dante si sia innamorato di lei quando aveva solo 9 anni (un po’ precoce …), vedendola da lontano e conoscendola di persona poi a 18 anni. A quell’epoca, sempre secondo gli scarsissimi documenti a disposizione, Beatrice sarebbe già stata sposata.

Dunque, una figura reale, a dar credito alle testimonianze scritte che ci sono rimaste, ma Dante è abilissimo nel celare i propri simboli e, dietro l’ombra di Beatrice, si intravvede qualcosa di ben più elevato, che non il ricordo di una donna molto amata.

Le interpretazioni possibili sono due.

Con la prima, Beatrice rappresenterebbe per Dante la fonte dell’energia e della consapevolezza! Questa interpretazione è avvalorata dalle parole della “Commedia” “vegno del loco ove tornar disio”. Abbiamo visto come, secondo gli Sciamani, la consapevolezza umana – arricchita dalle esperienze esistenziali – alla morte ritorna alla sua origine e i versi citati potrebbero voler dire proprio questo, ma a dar credito a questa interpretazione ci sono anche le parole che Dante mette in bocca a Virgilio:

“O donna di virtù sola per cui
l’umana spezie eccede ogne contento
di quel ciel c’ha minor li cerchi sui,

tanto m’aggrada il tuo comandamento,
che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi;
più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento.

Beatrice sarà anche stata una donna bellissima e santa, ma di qui a far contenta, al di là di ogni limite, tutta l’umanità ce ne corre! Unica fonte di vera felicità per tutti gli esseri è partecipare alla consapevolezza cosmica, è, nel corso della vita, diventare consapevoli di questa grande realtà, farne una profonda esperienza.

Nei versi successivi Virgilio chiede a Beatrice quale motivo l’ha spinta ad abbandonare il paradiso per scendere nel limbo:

Ma dimmi la cagion che non ti guardi
de lo scender qua giuso in questo centro
de l’ampio loco ove tornar tu ardi”.

Una breve introduzione alle spiegazioni che seguiranno, poi Beatrice si lascia scappare una frase, che toglie ogni dubbio su cosa volesse dirci Dante:

I’ son fatta da Dio, sua mercé, tale,
che la vostra miseria non mi tange,
né fiamma d’esto ‘ncendio non m’assale.

“Io son fatta da Dio”!! L’energia è una forma di manifestazione – ovvero un modo di percepire – del sublime mistero del “vero” Dio, il Nulla Infinito, come ho spiegato in un mio precedente articolo. Beatrice può essere legittimamente vista come il simbolo dell’energia e della consapevolezza primordiali.

Siamo giunti alla seconda interpretazione della figura di Beatrice, a testimonianza dell’immenso mistero, che è celato nei versi di Dante: egli ha visto, nella sua esperienza mistica, l’Essenza del creato, l’Energia primordiale, ha visto l’infinito oceano dei filamenti di Energia, ha compreso che essi hanno – come anche insegnano gli Sciamani – un’intelligenza e un’organizzazione proprie e che manifestano una volontà creatrice; intelligenza, che gli sciamani chiamano “Intento”, volontà che gli sciamani indicano con l’espressione “Volontà dell’Intento”, che sono uniti a tutto quanto esiste nell’intero cosmo da “anelli di collegamento”.

Faccio notare come l’impostazione sciamanica sia trinitaria: l’Energia intelligente potrebbe corrispondere al concetto di Dio Padre, quella di Intento potrebbe corrispondere al concetto di Dio Figlio, mentre il collegamento dell’esistente con l’Energia e la sua volontà corrisponderebbero allo Spirito Santo.

Gli Sciamani sostengono che l’Infinito manifesti a noi la sua Volontà e che mandi dei segnali precisi – ma difficili da interpretare – per dirci come conformarci al suo volere. Sentite le parole di Beatrice:

Donna è gentil nel ciel che si compiange
di questo ‘mpedimento ov’ io ti mando,
sì che duro giudicio là sù frange.

Questa chiese Lucia in suo dimando
e disse: — Or ha bisogno il tuo fedele
di te, e io a te lo raccomando.

Lucia, nimica di ciascun crudele,
si mosse, e venne al loco dov’ i’ era,
che mi sedea con l’antica Rachele.

Disse: — Beatrice, loda di Dio vera,
ché non soccorri quei che t’amò tanto,
ch’uscì per te de la volgare schiera?

Non odi tu la pieta del suo pianto,
non vedi tu la morte che ‘l combatte
su la fiumana ove ‘l mar non ha vanto?.

Al mondo non fur mai persone ratte
a far lor pro o a fuggir lor danno,
com’ io, dopo cotai parole fatte,

venni qua giù del mio beato scanno,
fidandomi del tuo parlare onesto,
ch’onora te e quei ch’udito l’hanno”.

Abbiamo qui quattro figure femminili: la “donna gentile” viene normalmente riferita alla Vergine Maria, ma si tratta nientemeno che dell’Infinito; Lucia non è banalmente la santa siracusana, a cui avevano cavato gli occhi per martirizzarla, e che è sempre stata considerata simbolo della Luce, ma è l’Intento; Beatrice qui assume il compito di anello di collegamento tra un maestro – Virgilio – e un apprendista spirituale, che si è perduto nella “selva oscura”; Rachele, che è biblicamente indicata come seconda moglie di Giacobbe, è sempre stata considerata come simbolo della vita contemplativa.

L’interpretazione dei versi di Dante potrebbe essere quello che do qui seguito.

Gli uomini hanno la possibilità, come abbiamo visto nel corso delle considerazioni precedenti, di mantenere la presenza mentale anche oltre l’esistenza terrena, a condizione che non dissipino la loro energia in emozioni distruttive ed in azioni che comportino l’impoverimento della loro carica vitale. Dante, però si trovava proprio in quelle condizioni e non avrebbe mai potuto essere utile, in quel triste stato, per trasmettere la verità ai posteri. E’ stato necessario l’intervento dell’Infinito (la “donna gentile”), che ha manifestato la sua volontà tramite l’Intento (Lucia) affinché ad un maestro spirituale (Virgilio) venisse indicato l’apprendista da seguire (Dante) per introdurlo alle pratiche meditative, necessarie per recuperare energia e consapevolezza (presa di coscienza di ciò che comporta la vita materiale – l’Inferno; ricapitolazione della propria vita – Purgatorio; accesso graduale ai misteri – Paradiso).

Castaneda racconta come i suoi maestri sciamani avessero avuto esperienze simili ogni volta che dovevano prendersi carico di qualcuno chiamato a percorrere l’ardua via dell’iniziazione. Non solo; dicono sempre gli Sciamani che, quando l’Infinito ci reclama, dobbiamo aspettarci esperienze tremende e devastanti. Forse Dante era veramente innamorato di quella giovinetta di nome Beatrice, ma l’Infinito l’ha tolta di mezzo; forse Dante era troppo immerso nella politica della sua città, ed allora l’Infinito ha provveduto a che fosse esiliato: Dante era troppo prezioso per mantenere alta la fiamma della consapevolezza tra i suoi simili da dover essere preservato dalle conseguenze di una vita inconsapevole e priva di energia tutta dedita a preoccupazioni ed occupazioni materiali.

Il ricordo, che Virgilio ha della manifestazione dell’Intento nei riguardi di Dante, convincono il Poeta ad iniziare il “cammino alto e silvestro”:

Poscia che m’ebbe ragionato questo,
li occhi lucenti lagrimando volse,
per che mi fece del venir più presto.

E venni a te così com’ ella volse:
d’inanzi a quella fiera ti levai
che del bel monte il corto andar ti tolse.

Dunque: che è? perché, perché restai,
perché tanta viltà nel core allette,
perché ardire e franchezza non hai,

poscia che tai tre donne benedette
curan di te ne la corte del cielo,
e ‘l mio parlar tanto ben ti promette?».

Quali fioretti dal notturno gelo
chinati e chiusi, poi che ‘l sol li ‘mbianca,
si drizzan tutti aperti in loro stelo,

tal mi fec’ io di mia virtude stanca,
e tanto buono ardire al cor mi corse,
ch’i’ cominciai come persona franca:

«Oh pietosa colei che mi soccorse!
e te cortese ch’ubidisti tosto
a le vere parole che ti porse!

Tu m’hai con disiderio il cor disposto
sì al venir con le parole tue,
ch’i’ son tornato nel primo proposto.

Or va, ch’un sol volere è d’ambedue:
tu duca, tu segnore e tu maestro».
Così li dissi; e poi che mosso fue,

intrai per lo cammino alto e silvestro.

Buona meditazione e grazie per l’attenzione.

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