DANTE ALIGHIERI: UNO SCIAMANO DEL MEDIOEVO – 1

DANTE

1. Dante: uno Sciamano del Medioevo.

Recentemente  ho pubblicato sulla mia pagina facebook alcuni pensieri tratti dai libri di Castaneda, che riportano la filosofia degli Sciamani, in generale, e di don Juan Matus, in particolare.

Quei brevi pensieri accennavano all’Aquila, che per gli Sciamani altro non è che la fonte dell’energia e della consapevolezza, che stanno all’origine di ogni cosa e di ogni forma di vita. Si tratta di un concetto del tutto analogo a quello del “Dio Padre” cristiano. Solo che è chiamato in un altro modo.

Secondo gli Sciamani, l’Aquila “divora la consapevolezza di tutte le creature che, vive per un momento sulla Terra e subito dopo la morte, hanno fluttuato fino al suo becco, simili ad uno sciame di lucciole, per incontrare il  loro Signore, la ragione per cui hanno avuto vita”. Parole strane, che dicono una cosa molto semplice: noi viviamo per affinare la consapevolezza, per arricchire l’energia che compone i nostri atomi con le esperienze della vita terrena (e non solo). Mi chiederete cosa è la consapevolezza: è la presenza mentale, la sensazione di fare esperienze di vita come individui.

Don Juan continuò la frase sopra riportata, dicendo: “l’Aquila districa le minuscole fiammelle, le distende come un conciatore fa con le pelli e quindi le consuma; perché la consapevolezza è il cibo dell’Aquila”. Noi siamo energia e torneremo alla nostra fonte, a Dio se preferite. Più avremo arricchito i campi energetici – che ci compongono – con la consapevolezza dell’essere, più avremo probabilità di mantenere tale presenza mentale anche al di là della fine della vita fisica.

Non voglio dilungarmi su questo argomento, di cui ho parlato in miei precedenti articoli, ma potete immaginare la mia sorpresa quando, qualche anno fa, ho aperto a caso la Divina Commedia di Dante Alighieri e gli occhi mi sono caduti su questi versi del “Paradiso”:

Poi, come nel percuoter d’i ciocchi arsi

surgono innumerabili faville,

onde li stolti sogliono agurarsi,

resurger parver quindi più di mille

luci e salir, qual assai e qual poco,

sì come ‘l sol che l’accende sortille;

e quïetata ciascuna in suo loco,

la testa e ‘l collo d’un’aguglia vidi

rappresentare a quel distinto foco.

Dante ha appena appreso dal suo avo Cacciaguida (canto XVII) quale sarà la sua sorte di esule e, dopo che questi gli ha indicato le anime di Giosuè, di Maccabeo, di Carlo Magno e di altri illustri difensori della fede, sale con Beatrice al cielo di Giove (Cacciaguida si trovava nel cielo di Marte), nel quale gli spiriti beati si dispongono agli occhi di Dante in foggia di varie lettere dell’alfabeto; prima si muovono e volano cantando, poi si schierano in modo da formare una lettera dell’alfabeto; una breve pausa e poi ricominciano, formando un’altra lettera. L’insieme di queste forma la frase latina con cui inizia il Libro della Sapienza: Diligite iustitiam qui iudicatis terram, che significa “Amate la giustizia voi che giudicate la terra”. A questo punto della paradisiaca visione, Dante cosa vede? Un’aguglia, cioè un Aquila! Non solo, vede le anime – da intendersi come consapevolezze umane – simili ad uno sciame di lucciole, come dice don Juan! E le vede risplendere e perdersi nell’Aquila!

Dopo aver letto questi versi mi prese la curiosità e lessi tutto il canto XVIII°, poi tutto il XIX°, poi tutto il Paradiso e poi tutta la Divina Commedia.

Non fu fatica sprecata perché capii una cosa importantissima: il Poema per eccellenza altro non è che il racconto di un’iniziazione sciamanica! Anche se edulcorato da qualche concetto teologico di matrice cattolica: un artificio che Dante, probabilmente, usò per non incorrere nelle ire della “santa inquisizione”. A quei tempi non ci voleva nienete per finire sul rogo accusati di stregoneria!

Questa mia scoperta fa vedere in una nuova luce l’intero divino poema. Mai ci si è accorti di quanto veramente Dante voleva comunicarci a causa di un antico vizio: vedere sempre e solo i particolari di un’opera e non considerarla nella sua interezza, nel suo significato complessivo.

Che significato hanno “Inferno”, “Purgatorio” e “Paradiso”?

Lo vedremo nel prossimo articolo su Dante.

Arrivederci.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>