DANTE ED IL 1° CANTO DELL’INFERNO – 2

DOREDANTE_1Abbiamo lasciato Dante all’inizio del suo viaggio iniziatico in uno stato di sonno profondo, uno stato in cui possono essere fatte esperienze extra sensoriali.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,

là dove terminava quella valle

che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle

vestite già de’ raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,

che nel lago del cor m’era durata

la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,

uscito fuor del pelago a la riva,

si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

sì che ‘l piè fermo sempre era ‘l più basso.

In questi versi – molto belli, fluenti, musicali e che rendono benissimo l’affanno appena vissuto dal Poeta nella selva oscura – ci sono alcuni punti importanti:

Dante sta uscendo dal tunnel del buio – tipico di un qualsiasi processo di morte, o semplicemente dell’inizio del sonno e del sogno consapevole. Infatti Dante vede la luce (Guardai in alto, e vidi le sue spalle / vestite già dei raggi del pianeta / che mena dritto altrui per ogni calle) e parla di un “pianeta”, che viene comunemente inteso nel senso del sole, ma che, in questo contesto, si può intendere anche come l’energia cosmica, visione che è la meta di ogni cammino iniziatico . Dante non è ancora immerso in essa, non ne fa ancora parte, ma ad essa si affida. Il Taoismo raccomanda di abbandonarsi alla “Via”, ovvero all’energia, e gli Sciamani parlano di energia consapevole ed intelligente, al cui intento ci si deve sottomettere perché solo così si possono ottenere i massimi risultati in tutte le nostre azioni, comuni od eccezionali che siano: infatti l’energia “mena dritto altrui per ogni calle”, come dice Dante.

 Anche il verso “così l’animo mio, ch’ancor fuggiva, / si volse a retro a rimirar lo passo / che non lasciò già mai persona viva”. Facile intendere che nei tre regni – inferno, purgatorio e paradiso -entrano solo le anime delle persone defunte e non le persone in carne ed ossa, ma, secondo me, Dante voleva dire anche un’altra cosa: l’entrare nell’ignoto è possibile solo in stato di sogno e con quello che gli Sciamani chiamano il “corpo di sogno”, ovvero una replica energetica dell’essere materiale; non con il corpo fisico.

Un altro elemento molto importante di questi primi versi della Divina Commedia è il ritrovarsi di Dante su una “piaggia diserta”. Gli iniziati raccontano come una delle prime esperienze con il mondo dell’ignoto è il percepire la realtà come una distesa di sabbia giallastra in completa solitudine, un luogo in cui si hanno delle apparizioni anche inquietanti, mostruose, spaventose, molto spesso di strani animali feroci, di cui Dante dirà subito dopo nel suo poetico racconto. Tra l’altro le visioni inquietanti sono tipiche del processo di morte appena iniziato, come anche spiega il Dalai Lama nel suo bellissimo libro “Lungo il sentiero dell’illuminazione” (ed. Mondadori).

Siamo arrivati, con le nostre considerazioni alle tre fiere:

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,

una lonza leggiera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi ‘mpediva tanto il mio cammino,

ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.

Temp’ era dal principio del mattino,

e ‘l sol montava ‘n sù con quelle stelle

ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;

sì ch’a bene sperar m’era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;

ma non sì che paura non mi desse

la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venesse

con la test’ alta e con rabbiosa fame,

sì che parea che l’aere ne temesse.

Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch’uscia di sua vista,

ch’io perdei la speranza de l’altezza.

E qual è quei che volontieri acquista,

e giugne ‘l tempo che perder lo face,

che ‘n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi ‘ncontro, a poco a poco

mi ripigneva là dove ‘l sol tace.

 L’azione si svolge di prima mattina all’alba; il sole sta sorgendo, ma si vedono ancora le costellazioni, in particolare quella dell’Ariete, che compare sull’orizzonte all’alba all’inizio della primavera (l’azione della Divina Commedia è stata collocata temporalmente intorno alla Pasqua dell’anno 1300). Dante comincia a salire il colle (la montagna è sempre stato simbolo della salita verso l’ignoto e delle percezioni extra sensoriali), ma qui lo attende una brutta sorpresa: una bestia, una specie di leopardo, gli impedisce di proseguire il cammino (una lonza leggiera e presta molto, / che di pel macolato era coverta; / e non mi si partia dinanzi al volto, / anzi ‘mpediva tanto il mio cammino). E’ lo stesso racconto che fa Castaneda nel raccontare le sue esperienze con don Juan. Senza l’aiuto del Maestro mai egli avrebbe potuto proseguire, a causa della presenza di una specie di leopardo. Dante aveva tanta paura, come qualunque “guerriero” dello spirito di fronte all’ignoto (gli Sciamani dicono che per essi quattro sono i nemici: la paura, la chiarezza mentale, il senso di potere e la vecchiaia), ma ce l’avrebbe quasi fatta grazie ai segni del cielo (“sì ch’a bene sperar m’era cagione / di quella fiera a la gaetta pelle / l’ora del tempo e la dolce stagione”) ed al suo granitico intento di raggiungere la libertà, ma ecco che viene fuori un leone e subito dopo una lupa. Animali tanto feroci che la paura soverchiò il Poeta. E’ tempo che intervenga anche per Dante un grande Maestro ed una sicura guida. Ma di questo parlerò nel prossimo articolo (continua).

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