DANTE ED IL 1° CANTO DELL’INFERNO – 3

Virgilio e Beatrice
Virgilio e Beatrice

Avevamo lasciato Dante alle prese con le tre “fiere”, che possono manifestarsi ogni volta che si cambia piano di percezione; si tratta di visioni inquietanti, proiezioni mentali del nostro inconscio, figlie dell’orgoglio, di uno smisurato senso dell’Io, dell’attaccamento esagerato alle cose materiali, dell’illusione di una durata infinita della vita, del desiderio smodato, dell’avidità e della violenza che nasce da queste disposizioni d’animo. Secondo qualche commentatore, alla “lupa” corrisponderebbero il desiderio e la bramosia dei beni, al leone la violenza ed alla lonza il forte senso dell’Io. Vedremo che, in particolare la lupa, sono simbolo di un’altra inquietante presenza. Per ora, dobbiamo notare che Dante non sarebbe mai uscito dalla “selva oscura” dei suoi sentimenti, non avrebbe mai abbattuto il senso dell’Io, non avrebbe cominciato una battaglia senza quartiere contro il proprio orgoglio senza l’aiuto di un Maestro. Una guida spirituale può essere una persona in carne ed ossa, così come può essere la profonda meditazione di verità nascoste tra i versi di un poema, tra le frasi di un romanzo, nella trama di una storia (si pensi al nostro “Pinocchio”: una favola ingegnosa secondo molti, una vera e propria miniera di misteri secondo altri!). Dante aveva studiato a fondo l’opera di Virgilio e vi aveva trovato rivelazioni sorprendenti, che lo portarono a rivedere tutta la sua vita, a rivivere i fatti sperimentati, a ricapitolarli nella “Divina Commedia” fino a recuperare tutta l’energia perduta in una vita sbandata e dissoluta, a cui si era ridotto. Ecco spiegato l’incontro con l’ombra di Virgilio, che lo accompagnerà nella ricapitolazione della propria vita e – una volta che Dante avrà recuperato l’energia sufficiente a reggere l’impatto con l’ignoto – lo consegnerà a Beatrice, che proprio quell’energia (la “grazia”) rappresenta.

Leggiamo i versi, partendo da dove li avevamo lasciati:

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco, dinanzi a li occhi mi si fu offerto chi per lungo silenzio parea fioco.

“Chi per lungo silenzio parea fioco” è un verso importante, che, però, ha senso solo riconoscendo a Virgilio la dignità di simbolo, non tanto della coscienza ridestata, quanto quello della consapevolezza, quella presenza mentale, che Dante stava distruggendo con una vita troppo materiale e che ormai era ridotta al lumicino. Virgilio per Dante è, quindi, Maestro e simbolo: la consapevolezza del Poeta si è ridestata, reclama i suoi diritti e Dante trae dalle opere del Maestro mantovano lo spunto per una profonda meditazione, che lo porterà a “vedere” l’ignoto.

Quando vidi costui nel gran diserto,

Miserere di me», gridai a lui,

«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».

Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto ‘l buono Augusto

nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d’Anchise che venne di Troia,

poi che ‘l superbo Ilïón fu combusto.

Virgilio si presenta a Dante e confonde subito le carte in tavola. il “Nacqui sub Iulio” significa che egli nacque mentre era vivo Giulio Cesare, ma non quando aveva già assunto il potere, in quanto la sua carriera politica iniziò solo nel 49 a.C.: a quell’epoca Virgilio (70 a.C. – 19 d.C.) aveva già 21 anni (“Ancor che fosse tardi”). Virgilio specifica inoltre di aver scritto l’Eneide (Enea, figlio di Anchise). Virgilio dice anche a Dante di aver vissuto la parte più intensa e significativa della sua vita sotto l’impero di Augusto “nel tempo degli dei falsi e bugiardi”. In questo verso vedo la preoccupazione di Dante di nascondere ciò che si cela sotto le spoglie di Virgilio: un vero Maestro simbolo della consapevolezza. Il Poeta fiorentino non poteva, al tempo in cui l’inquisizione cattolica era particolarmente feroce e pericolosa, di avere come guida il pensiero di un pagano e come obiettivo la ricostruzione della propria consapevolezza. E così ci vanno di mezzo gli dei romani, che, dal punto di vista mitologico, invece, avevano un profondo significato.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?

perché non sali il dilettoso monte

ch’è principio e cagion di tutta gioia?».

«Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar sì largo fiume?»,

rispuos’ io lui con vergognosa fronte.

«O de li altri poeti onore e lume,

vagliami ‘l lungo studio e ‘l grande amore

che m’ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ‘l mio autore,

tu se’ solo colui da cu’ io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;

aiutami da lei, famoso saggio,

ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi».

«A te convien tenere altro vïaggio»,

rispuose, poi che lagrimar mi vide,

«se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo ‘mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo ‘l pasto ha più fame che pria.

La “noia”, alla quale accenna Virgilio, ha un significato molto più spesso rispetto al concetto riduttivo, che di essa abbiamo oggi. L’essere annoiati ai giorni nostri – in un italiano che si sta sempre più impoverendo e banalizzando – si riferisce a “non saper cosa fare”, al ripetersi monotono di azioni e situazioni. Nessuno ha mai fatto caso ad una cosa: la noia, il tempo che non passa, l’alternarsi monotono di sveglia, toilette, colazione, lavoro, breve spuntino, lavoro, ritorno alla propria casa, cena, spettacolo televisivo, un po’ di internet, sono caratterizzati da un susseguirsi di atti privi di consapevolezza: noi facciamo tutto senza presenza mentale, così perdendo la più grande opportunità data all’umanità, ovvero il vivere intensamente ogni istante della vita che ci è concessa, non adeguandoci allo scopo per il quale ci è stata data la consapevolezza: arricchirla con le nostre esperienze di vita. Gli antichi tutto questo lo sapevano benissimo e la frase di Virgilio va proprio in quella direzione. C’è da considerare anche che un tale squallido modo di vivere ha come conseguenza un fortissimo senso di permanenza – l’impressione di essere eterni ed immutabili – e ciò sviluppa tremendamente l’avidità ed il concetto di possesso, con tutti i sentimenti negativi che da tale erronea impostazione possono nascere. Questa è la “noia” alla quale accenna Virgilio, per cui appare esatto il significato attribuito alla lupa da molti commentatori: bramosia, avidità, desiderio di possesso di beni materiali e del coltivare sensazioni illusorie. Questa situazione viene molto ben descritta alcune terzine dopo, là dove Dante chiama – sempre per bocca di Virgilio – il modo di vivere assunto dalla maggior parte dell’umanità “esto loco selvaggio” ed implora il suo Maestro di aiutarlo a sfuggirlo. Virgilio sentenzia che non si può affrontare l’ignoranza dell’impermanenza (si tenga presente che, secondo il Buddhismo, questa è la causa prima di ogni sofferenza) e tutto ciò che ne deriva con un semplice atto di volontà perché quell’avidità “non lascia altrui passar per la sua via, / ma tanto lo ‘mpedisce che lo uccide”. Dante ha voluto dare a questi versi un significato ancora più profondo e nascosto. Secondo alcuni gli esseri umani fanno parte di una catena alimentare: così come i vegetali si cibano dei sali minerali che trovano nel terreno, così come gli animali traggono il loro sostentamento essenzialmente dal mondo vegetale, così come l’uomo si ciba, oltre che di vegetali, anche di animali, altri esseri – fatti di pura energia – si cibano della consapevolezza e dell’energia dell’uomo e, in particolare, di quella che viene da questi emessa con l’esplosione delle emozioni negative (rabbie, odi, paure ecc.), emissione sollecitata, con l’intelligente ed organizzata creazione delle condizioni che spingono gli uomini a sviluppare sempre più la parte oscura del loro essere. Questi esseri misteriosi (ma altro non sono che i demoni delle religioni monoteiste, esseri inorganici per gli Sciamani) sono intelligentissimi ed insaziabili (“mai non empie la bramosa voglia, /e dopo ‘l pasto ha più fame che pria”) e sfruttano l’uomo fino ad impoverirlo di tutta la sua consapevolezza, il che per l’uomo significa morte (“tanto lo ‘mpedisce che lo uccide”). Dante ha compreso che la liberazione (“perché non sali il dilettoso monte / ch’è principio e cagion di tutta gioia?”)  può avvenire solo con mezzi eccezionali, che comportino il recupero dell’energia fino a quel momento dissipata con uno stile di vita, con azioni e sentimenti distruttivi (“A te convien tenere altro vïaggio”) e si accinge a questo immane compito, senza prima averci fatto una profezia. Qui, però, si sta facendo lunga (mi sono lasciato prendere la mano), per cui debbo riservare il gran finale del 1° canto dell’Inferno al prossimo articolo.

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