DANTE ED IL 1° CANTO DELL’INFERNO – 1

DOREDANTE_1

Per analizzare il significato esoterico della “Divina Commedia” di Dante vi sono principalmente due modi:

  1. seguendo l’ordine dei canti
  2. riunendo brani di canti ( ed anche di cantiche) diversi a seconda dell’argomento trattato

Sono stato molto indeciso su quale metodo adottare, ma, alla fine, mi sono risolto a favore del primo: mi sembra più semplice e completo. Avverto che non potrò, in certi casi, commentare un intero canto in un singolo articolo poiché esso risulterebbe troppo lungo ed, inoltre, rischierebbe di confondere le idee dei lettori.

Divina Commedia, Inferno, canto I°

Tutti conoscono l’incipit del poema dantesco e molti lo ricordano a memoria. Sembra di significato quasi ovvio, ma non è così. Leggiamo i primi versi:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte,

che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

Io non so ben ridir com’ i’ v’intrai,

tant’ era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.

Dante aveva 35 anni, all’epoca in cui si ritrovò nella “selva oscura”. E’ facile per i commentatori dedurre questo fatto, seguendo quanto Dante scrisse nel suo “Convivio” (IV°, 22): “la nostra vita procede ad immagine d’arco, montando e discendendo … il punto sommo di questo arco, nelli perfettamente naturali, è nel trentacinquesimo anno”. Questa, però, non è una trovata di Dante perché analoga affermazione si trova nell’Antico Testamento (!), Salmo LXXXIX (“La durata della nostra vita è di settant’anni”) ed in Isaia XXXVIII, 10 (“Nella metà della mia vita scenderò alle porte dell’inferno”). E’ interessante, soprattutto, l’affermazione di Isaia con la sua programmata “discesa all’inferno”.

La “discesa all’inferno” significa prendere piena consapevolezza (nel senso di esperienze vissute come individui e non come membri di un gruppo) umana ed individuale; significa saper valutare le conseguenze dei sentimenti negativi e delle azioni, che da quelli discendono. Per prendere coscienza di quanto detto, un’entità umana deve essere completamente sviluppata.

E’ interessante notare come la scuola “antroposofica” di Steiner distingua quattro fasi dello sviluppo di un essere umano: nei primi sette anni si sviluppa, secondo detta scuola, il corpo “astrale”, in altri sette anni si ha il completamento del corpo “eterico”, poi dai 14 ai 21 anni si completa lo sviluppo del fisico, mentre fino ai 28 anni si ha la completa affermazione dell’individualità. Gli ultimi sette anni li aggiungo io: servono a prendere piena consapevolezza di ciò che comporta un’incarnazione umana.

La scuola antroposofica – troppo innamorata del numero sette – presenta le cose in modo distorto perché, a seguire quelle teorie, si finisce per credere che corpo fisico ed energia, che lo stesso compone, siano due cose differenti. L’aura ed il corpo fisico sono un’unica cosa: si tratta dell’energia, che forma un essere umano. Chi riesce a vedere la luminosità intorno ai corpi, vede solo i campi energetici, che si combinano a formare atomi, molecole e cellule dell’entità fisica. E’ un po’ come vedere la nuvola e la pioggia, che da questa si forma, anziché limitarsi alle gocce d’acqua. Chi vede l’essenza di ogni cosa non vede più il corpo fisico dell’uomo, ma vede solo bolle luminose: l’uomo è un essere di luce!

A 35 anni si comincia a vedere come stanno le cose, a cosa ci possono portare avidità, ignoranza, accidia, eccessiva sensualità, furto, omicidio, rabbia, gelosia e avanti di questo passo. La cosa più brutta da scoprire – ed anche la più difficile da ammettere – è che quelle disposizioni d’animo sono anche le nostre. Dante, in un momento particolare della sua esperieza, e raggiunta la piena presenza mentale, scoprì che, continuando ad agire come stava facendo, a nutrire odio, disprezzo e rabbia nei confronti dei suoi nemici, avrebbe ben presto esaurito la sua consapevolezza e ciò avrebbe significato per lui la morte (“poco è più morte”).

L’uomo vive in quanto ha presenza mentale (senza di questa è morte sicura), una persona deve avere la consapevolezza per essere viva: viceversa è la fine. In questo senso si può intendere il versetto “tanto è amara che poco è più morte”: la perdita progressiva della consapevolezza è una brutta esperienza, ma ancor peggio è scivolare fino al fondo della china, là dove ci aspetta la fine di ogni percezione.

I commenti di matrice cattolica hanno gioco facile nel leggere la “selva oscura” come uno stato di peccato conseguente ad una vita licenziosa e violenta. Ma non si tratta solo di questo. Dante era attanagliato da una grave depressione, da una disperazione senza confini, conseguenti alla perdita progressiva di consapevolezza, giunse al limitare della vita e fece un’esperienza profonda di pre morte. Si sentì risucchiare dallo spazio infinito, vide immagini spaventose, vide tutto nero con tanti punti luminosi (vide le “stelle”!): la sua consapevolezza si stava spegnendo, ma siccome aveva intuito profonde verità grazie al suo maestro spirituale, Virgilio, il velo si squarciò, intuì la strada da intraprendere, recuperò l’energia perduta e giunse alle supreme rivelazioni.

Il sentirsi risucchiare, il vedere immagini spaventose, il vedere le stelle, lo sprofondare nell’oscurità sono alcuni dei passaggi (in tutto sono otto ed i Buddhisti li descrivono con la massima precisione) di tutte le morti ed anche di altri repentini cambiamenti di percezione, quali lo svenire, l’avere un orgasmo, e, soprattutto, l’addormentarsi, passando ad uno stato di sogno. Dante, infatti, dice di essere stato “pien di sonno” nel momento in cui abbandonò la via verace.

Naturalmente con l’espressione “via verace” si può intendere una vita in grazia di Dio secondo il corrente credo cattolico. Ma è molto di più: vivere in grazia significa avere sufficiente energia per poter sopportare l’impatto con l’ignoto, che ci può portare alla suprema conoscenza con la visione dell’essenza energetica del creato; significa recuperare l’energia perduta con un eccessivo attaccamento alle cose e in conseguenza dell’ignoranza in merito a quella che i Buddhisti chiamano “impermanenza delle cose”, ovvero la semplice verità per la quale tutto passa e finisce, trasformandosi; significa rivivere (“ricapitolare”) la nostra esistenza per recuperare l’energia perduta con azioni ed emozioni negative. Dante sapeva tutto questo dai suoi Maestri, ma si era lasciato andare, abbandonando la “via verace”.

Come si è visto, la lettura dei primi versetti della “Divina Commedia” di Dante è, a dispetto dell’apparente semplicità, piuttosto impegnativa, ma, alla luce delle verità degli Sciamani, che ho presentato brevemente nel precedente articolo, può fornire spunti di riflessione molto profondi.

 

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>