DANTE ED IL 3° CANTO DELL’INFERNO: GLI IGNAVI

 

"... Un vecchio, bianco per antico pelo ..."
“… Un vecchio, bianco per antico pelo …”

Avevamo lasciato Dante di fronte alla porta dell’Inferno, una porta su cui spicca una scritta di “colore oscuro”: ciò potrebbe significare, non solo che essa fosse composta di caratteri neri, ma anche che il suo significato fosse piuttosto vago; un significato che, tra mille difficoltà, abbiamo cercato insieme nel precedente articolo sull’Inferno di Dante.

Il Poeta è spaventato, è preda del terrore, quella paura che gli Sciamani indicano come primo nemico dei “guerrieri dello spirito” e di cui abbiamo già parlato, trattando il “proemio” dell’Inferno. Leggiamo i versi:

Queste parole di colore oscuro
vid’io scritte al sommo d’una porta;
per ch’io: «Maestro, il senso lor m’è duro».

Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogni sospetto;
ogni viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’io t’ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c’hanno perduto il ben dell’intelletto».

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond’io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose.

Virgilio si accorge del turbamento del suo apprendista e di cosa stia capitando nel suo animo e lo scuote dal suo torpore. Che significa “… tu vedrai le genti dolorose / che hanno perduto il ben dell’intelletto”? Non che siano prive di intelligenza (nell’Inferno di Dante incontreremo spiriti dannati, sì, ma estremamente intelligenti), ma che hanno perso energia e consapevolezza e che sono condannate ad infinite rinascite a causa di come sono state in altre vite ed a causa dei loro odi, rancori, ire, avidità e così via. A tanto questi individui sono giunti perché non hanno capito il senso della vita, lo scopo della stessa e le condizioni per mantenere energia e consapevolezza oltre la morte in una dimensione superiore.

Dante entra rinfrancato nelle “segrete cose”, là dove comprenderà il senso dell’esistenza (che è veramente un segreto per troppi uomini!). La descrizione della sua prima impressione dell’anticamera dell’Inferno (non siamo ancora nell’Inferno vero e proprio) è sorprendente: essa è un quadretto della condizione umana, della disperazione della nostra razza, del suo inutile dibattersi:

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’ aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’orror la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?».

 

Leggete questi versi un po’ velocemente, cercando di svuotare la mente e visualizzando la situazione descritta da Dante : vi sentirete sgomenti e verrete assaliti dall’ansia; Dante sembra chiedersi: ma è questa l’umanità? Rabbia, tanta rabbia, dolore, disperazione, disordine, atmosfera spessa e quasi irrespirabile, caos, chiasso senza fine e senza scopo. E’ la situazione degli esseri umani di ieri e di oggi (ai giorni nostri, la situazione è molto peggiore perché il numero di uomini è immensamente aumentato rispetto a 700 anni fa e la facilità di comunicazione globale amplifica tutti gli effetti negativi).

Chi sono coloro che Dante vede per primi? Come ho detto sopra, non siamo ancora all’inferno vero e proprio. E allora da cosa è provocata tutta questa sofferenza, perché quegli esseri sono schiacciati dal dolore?

Dante è stato incuriosito da ombre, quasi ectoplasmi o zombies, che – come vedremo nei versi dal 52° al 69° – corrono dietro ad una “insegna”, tormentati da mosconi e vespe, calpestando un tappeto di vermi.

Queste anime non subiscono una pena di natura “fisica”, nessuna viene squartata, immersa nella merda, soffocata dal ghiaccio, tormentata da una pioggia di fuoco, come si legge in successivi canti dell’Inferno. Semplicemente costoro corrono senza posa dietro ad una bandiera, vivendo in una situazione di estremo degrado!

Qui abbiamo la famosa spiegazione di Virgilio, che anticipa l’analisi della situazione di queste anime:

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

Si tratta di quelli che i commenti correnti chiamano gli “ignavi”; Virgilio (ovvero: Dante) ne fa una descrizione, che dimostra quale fosse la situazione spirituale dell’umanità dei suoi tempi (a maggior ragione ai nostri!). Quelle che Dante vede nell’Inferno non sono anime, secondo la mia idea e la mia impostazione: sono uomini, sono esseri umani con tutte le loro caratteristiche, i loro pregi e difetti. Cosa vediamo oggi nel mondo, quali entità affollano le nostre strade, con quali consapevolezze ci dobbiamo continuamente confrontare, quali persone dobbiamo pesantemente sopportare? Prescindete dai maledetti tiranni, piccoli e grandi, che vi rendono la vita difficile, se non impossibile, e pensate alle persone comuni che conoscete. Esse nascono, crescono, studiano imparando pochissimo, cercano di evitare qualunque impegno, responsabilità, fatica; trovano un lavoro purchessia, non importa quale perché il loro scopo è solo quello di sbarcare il lunario, di “arrivare alla fine del mese”; non vedono l’ora di riposarsi dalle loro immani fatiche nel fine settimana, magari ubriacandosi e calpestando la propria umanità nelle discoteche, o in uno stadio; lo scopo di tutto un anno di lavoro è “fare le ferie” inscatolati in automobili stipate di gommoni, pinne, ombrelloni, intrappolati in file senza fine di altri automezzi, con un caldo infernale ed un puzzo insopportabile per andare a sdraiarsi senza scopo al sole come lucertole; il traguardo di una vita è la pensione, l’obiettivo continuo è acquistare l’automobile, l’ultimo modello di computer e di cellulari, o di altre diavolerie elettroniche, avere una casa di proprietà, magari con un pesantissimo mutuo da pagare; questi individui coltivano solo i loro diritti, mai riconoscono i propri doveri, corrono dietro alle bandiere di coloro che promettono loro ciò cui aspirano (e nei prossimi versi, Dante li rappresenterà proprio così); essi non hanno un’idea propria, non coltivano ideali, non leggono, non si informano, vedono con sospetto qualunque forma di cultura e di sapere; essi in nulla credono, pur correndo dietro a capi religiosi che promettono loro un facile paradiso, che fanno della religione un partito politico, della fede un manifesto sindacale, della speranza un elenco di diritti, della carità un’elemosina; costoro non sono nemmeno più qualificabili come persone, ma hanno uno smisurato senso dell’io e vivono tutto come un’offesa all’amor proprio che li divora; gli ignavi invocano la giustizia ad ogni passo, senza nemmeno sapere cosa ciò significhi, e cercano un colpevole per tutto ciò che loro accade; intentano cause per ogni banalità, sono litigiosi senza motivo, pur senza fare del male; pretendono la guarigione da ogni malattia e, se ciò non avviene, la colpa è dei medici; hanno l’illusione di vivere in eterno, si aggrappano alla vita, accettando – pur di vivere qualche minuto di più – cure estreme, torture mediche incredibili e senza speranza; non odiano, ma non perdonano ed alla fine della loro vita, che arriva comunque, hanno l’impressione di avere fatto chissà cosa per l’umanità, per la loro famiglia, per coloro ai quali hanno creduto di volere bene, mentre più nessuno, a parte i parenti più prossimi e più stretti, si ricorderà di loro (“fama di loro mondo esser non lassa”); gli ignavi non meritano alcun castigo (in fin dei conti non commettono azioni cattive e le loro emozioni negative sono del tutto trascurabili), ma nemmeno qualche premio o considerazione positiva (“Misericordia e giustizia li sdegna”) Ed invece no: alla fine della loro vita, gli ignavi possono solo sperare di vedere annullata ogni loro consapevolezza, ogni loro presenza mentale, ogni possibilità di percezione: qualora della loro consapevolezza rimanesse qualcosa, sarebbero destinati ad un’infinità di reincarnazioni meschine, povere, piccine, difficili, pesanti da sopportare e riproverebbero la loro impotenza senza limiti e quasi senza speranza (in questo senso si debbono intendere le terribili parole messe in bocca a Virgilio: “Questi non hanno speranza di morte”). Di un’accozzaglia del genere non vale la pena d’occuparsi (“Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”), anche sembrano persone perfettamente inutili. Invece, no. Anch’essi come insegnano gli Sciamani hanno una funzione, misera fin che si vuole, ma pur sempre una funzione: permettere, tramite la procreazione, una catena di nascite e di rinascite, tra le quali si incontreranno uomini di valore, utili all’umanità intera, o, almeno, ad alcuni suoi simili, per promuovere lo sviluppo spirituale, o per favorire accadimenti storici, che migliorino la condizione degli uomini. Non si tratta, dunque, di vite inutili (nel cosmo nulla esiste di inutile), ma di persone pesantemente inconsapevoli, che non arricchiscono minimamente la consapevolezza – loro donata dall’Aquila – con le esperienze della vita (d’altronde gli accadimenti della loro vita non hanno alcuno spessore, non interessano nessuno, tantomeno all’origine dell’energia e della consapevolezza, l’Aquila: “la loro cieca vita è tanto bassa …”) e di cui, dopo la morte, rimarrà molto poco.

Voglio far notare una finezza del Poeta. Dante dice che gli ignavi “invidiosi son d’ogni altra sorte”, sia della condizione di coloro che salgono al “paradiso”, al “nirvana”, alla “consapevolezza totale”, sia di coloro che vengono condannati all’inferno: costoro, almeno, mantengono una qualche forma di presenza mentale, un senso dell’Io, una volontà, magari distorti, indirizzati al male, ma di loro qualcosa rimane!. Gli ignavi nemmeno quello, nemmeno la speranza di essere annullati nel “mare oscuro della consapevolezza” e di perdere qualsiasi possibilità di percezione!

Proseguiamo la lettura del canto:

E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d’ogne posa mi parea indegna;

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’i’ non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.

Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto.

Le parole chiave di questi versi sono quelle con le quali Dante dichiara il suo stupore: “ … non averei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta”.
Quante sono le creature umane che vivono senza consapevolezza, senza conoscenza, senza scopo! Quanti sono gli uomini, la cui unica funzione è quella di procreare, di seguire l’istinto (la bandiera potrebbe anche rappresentare gli istinti ai più bassi livelli e non solo la propensione degli ignavi a correre dietro a qualunque incantatore di serpenti), di procurarsi cibo e mezzi di sussistenza e concludere nell’oblio il proprio ciclo vitale.

Quello descritto è lo stato di maggior parte dell’umanità. Naturalmente tutti si possono riscattare, tutti possono cercare la verità, coltivare la consapevolezza, diventare finalmente uomini veri. Pochissimi, però, ci riescono perché troppo pochi lo vogliono e accettano di cambiare la loro vita.

Tra gli ignavi Dante vide “colui che fece il gran rifiuto”. Molti commentatori hanno visto in questo personaggio la figura di Celestino V°, il papa che rinunciò al suo mandato a causa dei maneggi e delle minacce di chi gli succedette sul trono di Pietro, Bonifacio VIII° (questo sì: era un pezzo da inferno). Una storia, che abbiamo vissuto di recente, con Benedetto XVI°, che ha lasciato il papato a causa degli intrighi delle forze oscure che affollano il Vaticano. Non credo che Dante volesse indicare una persona precisa: egli non ha lasciato alcun indizio utile per identificarla, né, tantomeno, ne ha indicato il nome. Penso che il Poeta abbia voluto stabilire un simbolo del rifiuto di gran parte dell’umanità a “seguire virtute e conoscenza”, a coltivare la propria consapevolezza, a diventare creature superiori. Con grande arguzia qualche commentatore ha indicato in questo misterioso personaggio la figura di Esaù, figlio di Isacco, che cedette al fratello Giacobbe i diritti di primogenitura per un piatto di lenticchie, vero simbolo di tutti coloro che rinunciano ad essere uomini per rincorrere i beni materiali. Un’ipotesi interessante, ma nulla la prova. Dante si è portato nella tomba il segreto.

A questo punto arriva Caronte, un demone; i versi sono semplicissimi e molto chiari, ma c’è un problema: io sostengo che Dante abbia presentato, nel suo “Inferno” lo stato dell’umanità su questa Terra e non nell’altro mondo. La domanda è esistono i demoni su questa Terra?

Argomento molto impegnativo, difficile e pericoloso. Debbo pensarci molto, prima di dire cose, di cui potrei pentirmi. Rimando il tutto ad un prossimo articolo sulla Divina Commedia di Dante.

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