Dante, Paolo e Francesca

PAOLO E FRANCESCA
PAOLO E FRANCESCA

Dante, Paolo e Francesca


Così discesi del cerchio primaio
giù nel secondo, che men loco cinghia
e tanto più dolor, che punge a guaio.

Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
esamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte:
vanno a vicenda ciascuna al giudizio,
dicono e odono e poi son giù volte.

«O tu che vieni al doloroso ospizio»,
disse Minòs a me quando mi vide,
lasciando l’atto di cotanto offizio,

«guarda com’ entri e di cui tu ti fide;
non t’inganni l’ampiezza de l’intrare!».
E ‘l duca mio a lui: «Perché pur gride?

Non impedir lo suo fatale andare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare».

Dante e Virgilio hanno abbandonato il “limbo” e sono scesi nel secondo cerchio infernale, incontrando l’orrendo, ma saggio, Minosse. Di questa figura abbiamo già parlato in una precedente occasione, per cui andremo direttamente all’argomento principale.

Or incomincian le dolenti note
a farmisi sentire; or son venuto
là dove molto pianto mi percuote.

Io venni in loco d’ogne luce muto,
che mugghia come fa mar per tempesta,
se da contrari venti è combattuto.

La bufera infernal, che mai non resta,
mena li spirti con la sua rapina;
voltando e percotendo li molesta.

Quando giungon davanti a la ruina,
quivi le strida, il compianto, il lamento;
bestemmian quivi la virtù divina.

Dante si trova precipitato (“la ruina” può essere intesa in questo senso: luogo in cui si trovano Dante e Virgilio dopo essere discesi nel secondo cerchio. Si tratta di un verso poco chiaro, al quale sono state date le più fantasiose interpretazioni) in un luogo oscuro (“d’ogne luce muto”) e sente una specie di boato, continuo, ossessivo, inquietante: è la voce di un vento fortissimo, di un tornado, che trascina gli spiriti a quella pena condannati.

Intesi ch’a così fatto tormento
enno dannati i peccator carnali,
che la ragion sommettono al talento.

E come li stornei ne portan l’ali
nel freddo tempo, a schiera larga e piena,
così quel fiato li spiriti mali

di qua, di là, di giù, di sù li mena;
nulla speranza li conforta mai,
non che di posa, ma di minor pena.

 

Dante e Virgilio si trovano nel girone dei lussuriosi, dove vengono accolti coloro che hanno soggiogato la loro umanità ad eccessivi appetiti sessuali (“ … la ragion sommettono al talento”). Nel corso del canto Dante ci darà la prova di una sua sostanziale indulgenza verso questo tipo di peccatori. Anch’egli si sentiva evidentemente turbato dal desiderio, tormentato dalla passione, ossessionato dall’eros. Anch’egli si sentiva sballottato di qua e di là, anch’egli voleva l’estasi amorosa, anch’egli non voleva più essere tormentato dai sensi di colpa, che un’educazione – cieca allora, cieca oggi – inculca nei nostri cuori e nelle nostre menti. Ciò che descrive magistralmente Dante in questo canto, che tocca una delle più alte vette poetiche di ogni tempo e luogo, è lo stato d’animo delle persone, uomini o donne, che sono preda di entusiasmanti e sconvolgenti passioni amorose, non di spiriti dannati! E’ lo stato d’animo di chi è innamorato, è lo stato d’animo di chi vorrebbe fare esplodere la propria energia sessuale, ma se ne trova impedito, ostacolato, da stupide convenzioni sociali, da assurde norme di comportamento, da condanne senza appello da parte dei moralisti, che nulla hanno capito del sesso e nemmeno vogliono che altri comprendano. Quando si è preda di sentimenti così forti si ha l’impressione – ognuno di noi, uomo o donna che sia, ne ha fatto esperienza – di essere travolti, sbatacchiati da una forza soverchiante, che non si riesce a dominare: uno stato d’animo felicemente rappresentato dal vento impetuoso, che trascina e sospinge i lussuriosi. Una dimostrazione in più che, nell’Inferno, Dante ha parlato della nostra vita terrena e dei suoi tormenti, della vita terrena e delle nostre voglie, della vita terrena e di tutto quanto – azioni, parole ed opere – ci porta a consumare la nostra energia, il nostro fisico, la nostra vita.


E come i gru van cantando lor lai,
faccendo in aere di sé lunga riga,
così vid’ io venir, traendo guai,

ombre portate da la detta briga;
per ch’i’ dissi: «Maestro, chi son quelle
genti che l’aura nera sì gastiga?».

«La prima di color di cui novelle
tu vuo’ saper», mi disse quelli allotta,
«fu imperadrice di molte favelle.

A vizio di lussuria fu sì rotta,
che libito fé licito in sua legge,
per tòrre il biasmo in che era condotta.

Ell’ è Semiramìs, di cui si legge
che succedette a Nino e fu sua sposa:
tenne la terra che ‘l Soldan corregge.

L’altra è colei che s’ancise amorosa,
e ruppe fede al cener di Sicheo;
poi è Cleopatràs lussurïosa.

Elena vedi, per cui tanto reo
tempo si volse, e vedi ‘l grande Achille,
che con amore al fine combatteo.

Vedi Parìs, Tristano»; e più di mille
ombre mostrommi e nominommi a dito,
ch’amor di nostra vita dipartille.

Poscia ch’io ebbi ‘l mio dottore udito
nomar le donne antiche e ‘ cavalieri,
pietà mi giunse, e fui quasi smarrito.

I’ cominciai: «Poeta, volontieri
parlerei a quei due che ‘nsieme vanno,
e paion sì al vento esser leggieri».

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno
più presso a noi; e tu allor li priega
per quello amor che i mena, ed ei verranno».

Virgilio ha fatto a Dante un lungo elenco di lussuriosi, che popolano quella parte dell’inferno e che vengono tormentati dalla bufera. Si deve notare come l’elenco inizi da una delle più grandi prostitute dell’umanità, dipinta come una viziosa senza speranza, tanto da approvare per legge comportamenti altrimenti condannabili (“che libito fé licito in sua legge”: un comportamento simile a quello di certi nostri sedicenti politici che, per coprire i loro crimini contro il popolo – che dicono di guidare e di governare – dichiarano legittimi reati altrimenti odiosi), per arrivare a coloro che sono stati colpevoli per avere troppo amato una persona, ai peccatori per normale – anche se pericolosa – passione. Quasi una graduatoria delle possibili colpe carnali! Se Semiramide ne ha fatte di cotte e di crude, Didone fu condannata solo perché, quando rimase vedova di Sicheo, si ripromise di non avere altri uomini, ma poi, innamoratasi di Enea ruppe il suo giuramento. Mal gliene incolse perché con Enea non funzionò e ne venne abbandonata. Disperata si uccise. A rigor di termini il suo peccato fu il suicidio, certamente non la lussuria, per cui avremmo dovuto incontrarla nel XIII° canto. Anche Cleopatra sta benissimo nella bufera infernale, essendosi passata tutta la dinastia dei “Cesari”, ma anch’essa fu suicida: Dante vede il togliersi la vita come una colpa maggiore del soddisfacimento carnale (a mano a mano che si scende nell’inferno le colpe sono più tremende, od odiose), per cui la regina d’Egitto avrebbe dovuto tenere compagnia a Didone. Troviamo poi una serie di eroi dell’Iliade ed arriviamo a Tristano che lì si trova per essersi innamorato perdutamente della donna di suo zio Marco, re di Cornovaglia. Sullo stesso piano di Tristano possiamo mettere “quei due che ‘nsieme vanno, e paion sì al vento esser leggieri”, ovvero i famosissimi Paolo e Francesca.

Il fatto qui raccontato da Dante non ha alcun riscontro storico, né alcun documento comprova che esso sia veramente avvenuto. Unica fonte sono i racconti di antichi commentatori, quale il seguente (di un certo Buti): “e questa fu figliuola di messer Guido da Polenta di Ravenna e fu maritata a Lanciotto [secondo altri: Gianciotto, ovvero Giovanni lo zoppo] figliuolo di messer Malatesta da Rimini. Questa era bellissima del suo corpo; il marito era sozzissimo ed era sciancato e questo Lanciotto aveva un suo fratello che aveva nome Paolo, che era bellissimo giovane, onde si innamorarono insieme Francesca e Paolo … e venne tanto palese il loro amore e usanza insieme che venne a li orecchi di Lanciotto, onde apostatili e trovatili uniti insieme, confisse l’uno insieme con l’altro con uno stocco, sì che amendue insieme morirono”. Una storia tragica e struggente insieme, come ve ne sono tante. La storia di un matrimonio infelice – probabilmente combinato – tra una ragazza bella ed intelligente ed un essere ripugnante; la storia di una ragazza che si innamora di un giovane bello ed aitante, dolce e tenero, appassionato ed innamorato. Dante evita i riferimenti all’amplesso, ma si limita a descrivere come i due si innamorarono e come si dichiararono reciprocamente il loro amore. Dante ammira i due, non ci sono dubbi: con loro è gentile, garbato, rispettoso, mentre con altri dannati sarà piuttosto duro e scostante. Con Paolo e Francesca, no: Dante era troppo coinvolto dalla loro intrigante storia e sentì quasi come un’ingiustizia la loro condanna all’inferno eterno; noi, però, seguendo il ragionamento impostato fin dall’inizio, abbiamo capito come Dante, in realtà, nell’inferno descriva sentimenti umani, da provare qui, su questa Terra, e si può accettare che due persone grandemente innamorate vengano travolte dalla passione, lascino tutto e tutti, si dimentichino di se stesse, pur di stare con l’oggetto del loro amore. Leggiamo con quanta delicatezza Dante chiama le due “colombe”:

Sì tosto come il vento a noi li piega,
mossi la voce: «O anime affannate,
venite a noi parlar, s’altri nol niega!».

Quali colombe dal disio chiamate
con l’ali alzate e ferme al dolce nido
vegnon per l’aere, dal voler portate;

cotali uscir de la schiera ov’ è Dido,
a noi venendo per l’aere maligno,
sì forte fu l’affettüoso grido.

Tanta pietà, compassione, gentilezza meritano una risposta all’altezza e Francesca (l’unica che parla in tutto l’episodio. Paolo si limita a piangere) dice che vorrebbe poter pregare per la pace del Poeta in cambio del suo affetto, poi si presenta, dando le coordinate geografiche del luogo che le hanno dato i natali:

«O animal grazïoso e benigno
che visitando vai per l’aere perso
noi che tignemmo il mondo di sanguigno,

se fosse amico il re de l’universo,
noi pregheremmo lui de la tua pace,
poi c’hai pietà del nostro mal perverso.

Di quel che udire e che parlar vi piace,
noi udiremo e parleremo a voi,
mentre che ‘l vento, come fa, ci tace.

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

 

Inizia ora un vero e proprio trattato filosofico! Facile leggere in esso la dottrina medioevale del “cor gentile” tanto caro ai poeti provenzali e successivi; facile leggere come, secondo Dante, le passioni vengano fatalmente ricambiate e come esse producano effetti devastanti:


Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui della bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense».
Queste parole da lor ci fuor porte.

 

A mio modo di vedere, qui Dante ha detto molto di più di quanto normalmente si insegna. La parola chiave delle tre terzine è “Amore” da intendersi come energia, un’energia che assume consapevolezza e capacità di percepire: il peccato originale, che è l’acquisizione di consapevolezza da parte dell’energia, che compone le cose create, una volta che la stessa si è organizzata per dare luogo a qualche forma di vita. L’innocenza del paradiso terrestre è la situazione degli esseri senza consapevolezza: la loro energia si combina, si unisce e si allontana in una danza cosmica fantastica, ma senza avere la percezione dell’essere e quindi senza essere soggetti a nascita, sviluppo, invecchiamento, malattia, sofferenza, morte. Non appena l’energia diventa consapevole, essa inizia a percepire il dualismo: il positivo ed il negativo, il bello ed il brutto, il giusto e l’ingiusto, la vita e la morte, il maschio e la femmina.

La prima terzina è da leggere come segue: l’energia (“Amor”), che diventa (“s’apprende”) facilmente (“ratto”, nel senso di facilmente, velocemente) consapevole (la consapevolezza è il “cor gentile”), distingue le varie forme di vita e il dualismo maschio (“costui”) e femmina (“bella persona che mi fu tolta”).

La seconda terzina segna una “caduta” dal mondo della pura energia, della consapevolezza, al mondo materiale: ne segue una percezione limitata alle apparenze. Qui sono i corpi che si attraggono: ci si dimentica di cosa siamo fatti, di chi veramente siamo, da dove veniamo e dove vogliamo tornare, rimanendo così invischiati in un eterno ritorno nella vita materiale (l’inferno!). I versi della seconda terzina sono particolarmente duri: si sente in essi la condensazione dell’energia in materia, si verifica la fine di ogni percezione superiore. Tutto questo comporta lo sviluppo di sentimenti negativi e, alla terza terzina, Francesca trasuda odio per chi l’ha uccisa e sente il disgusto per la morte, per la condanna alla fine perché chi è preda di forti passioni ha anche un forte senso di permanenza (sensazione di non dover morire mai).


Quand’ io intesi quell’ anime offense,
china’ il viso, e tanto il tenni basso,
fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?».

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso,
quanti dolci pensier, quanto disio
menò costoro al doloroso passo!».

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io,
e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri
a lagrimar mi fanno tristo e pio.

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?».

E quella a me: «Nessun maggior dolore
che ricordarsi del tempo felice
ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore.

Ma s’a conoscer la prima radice
del nostro amor tu hai cotanto affetto,
dirò come colui che piange e dice.

 

Le parole “anime offense” possono essere interpretate sia come esseri che hanno perduto il senso dell’impermanenza, che vivono nella grande illusione di un’eterna vita materiale, sia come energia che ha acquisito consapevolezza, capacità di percepire e ha preso coscienza di tutte le limitazioni e conseguenze che ciò comporta. Ora comincia il grande racconto dell’innamoramento di Paolo e Francesca.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

“Soli eravamo”: si riesce, leggendo queste semplici parole, a rivivere quell’atmosfera, ad immergersi nella situazione. Un palazzo signorile, forse in un giorno caldo, nessuno è nelle vicinanze, si sente qualche suono di voce in lontananza, gli uccellini cantano sommessamente e i protagonisti della storia, per ammazzare il tempo, leggono un libro d’avventure. Mentre leggono succede qualcosa:


Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,

la bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo avante».

 

 

Leggete queste terzine con voce sempre più bassa ed impacciata, immaginate i due sguardi che si incontrano, le due energie che si attraggono e sentirete anche voi quello che hanno provato loro: il battito del cuore accelera, il respiro si fa impercettibilmente più affannoso, vampate di calore inondano i visi, che poi diventano subito più pallidi, la voce declamante si fa più impastata ed incerta fino a quando il racconto diventa un invito a soddisfare il desiderio a lungo covato, a scambiarsi un bacio tremebondo, a farsi sommergere da un’infinita dolcezza, a lasciarsi andare all’amplesso da troppo desiderato.

L’efficacia di questi versi è estrema; Dante ha toccato uno dei punti più alti della sua poesia perché riesce a far provare quelle sensazioni al lettore con il suono di parole sapientemente scelte e combinate.

Lo stesso Dante viene sopraffatto da tutto questo; infatti:

Mentre che l’uno spirto questo disse,
l’altro piangëa; sì che di pietade
io venni men così com’ io morisse.

E caddi come corpo morto cade.

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