MOZART: DAL DON GIOVANNI AL FLAUTO MAGICO

W.A. Mozart (1756 - 1791)
W.A. Mozart (1756 – 1791)

Avevamo lasciato Mozart immerso nella lettura del libretto del “Don Giovanni”: in quella trama trova una serie di personaggi (Leporello, Donna Anna, Don Ottavio, Donna Elvira, Zerlina, Masetto ed il Commendatore) completamente soggiogati da Don Giovanni: un essere demoniaco, per il quale non sembrano valere né leggi umane, né precetti divini, un individuo irridente di ogni morale, sprezzante di ogni etica, sforzatore di vergini per puro divertimento, ossessionato dal numero delle sue conquiste, vera calamità per le donne sposate e per i rispettivi mariti, orditore di scherzi feroci, calpestatore di ogni sacralità, blasfemo in ogni suo atto. Un essere demoniaco, al quale nessuno riesce a porre un freno, un essere di fronte al quale sono tutti impotenti. Si dovranno muovere le potenze celesti – di cui il Commendatore, ucciso da Don Giovanni in duello, è portavoce – per avere ragione di lui.

La lettura del libretto del Don Giovanni mi ha sempre lasciato perplesso: per quanto magistrale, mi dà l’impressione di un semplice racconto delle divertenti malefatte di un impenitente libertino, nulla più, un personaggio, per punire il quale non si dovrebbe scomodare proprio l’inferno, bastando allo scopo una buona legnata da parte delle sue vittime! Ed invece la magica musica di Mozart ha reso in modo eccezionale la caratterizzazione perfetta dei vari personaggi; sono tutti dei vinti: Leporello, condannato ad invidiare le conquiste amorose e le ricchezze del suo padrone; Donna Elvira innamorata perdutamente di Don Giovanni nonostante i torti subiti, che non riuscirà a superare lo choc ricevuto dalla vicenda e non troverà niente di meglio che ritirarsi in convento; Don Ottavio, un cicisbeo imbelle, buono, ma talmente stupido da credere di poter fermare Don Giovanni, denunciandolo alle autorità; Donna Anna, la più determinata nel cercare la vendetta per la violenza tentata a suo danno dal Grande Seduttore (determinazione sospetta: forse Donna Anna voleva rimuovere un desiderio insoddisfatto?); Zerlina, che nulla può contro le prepotenze di Don Giovanni, essendo questo un nobile, mentre ella è solo una contadina, ma che, sotto sotto, non sarebbe stata poi tanto dispiaciuta di essere posseduta da Don Giovanni (Zerlina, nel corso dell’immortale duetto “Là ci darem la mano”, dichiara in parole ed in musica la sua totale disponibilità all’amplesso); Masetto, che tutto ciò che riesce a fare è desiderare di dare una buona lezione a Don Giovanni, ma che ne uscirà con le ossa rotte; ed infine il Commendatore, padre di Donna Anna: soccombe a Don Giovanni sul piano materiale (ma che idea: un vecchio, che sfida a duello un giovane ed aitante spadaccino!), ma che avrà la rivincita una volta, e solo allora, che sarà dotato di poteri soprannaturali. Rimane Don Giovanni. La musica ci dice che Mozart ne ha fatto un eroe positivo! Un paladino della libertà individuale, che incarna l’anelito dell’umanità a liberarsi dalle antiche catene del senso di colpa, a liberarsi dalle leggi umane e norme di comportamento limitative e castranti, a farla finita con un’etica bigotta per potersi immergere in un materialismo ed in un egoismo esasperati, ma apparentemente appaganti.

Don Giovanni è posseduto da un demone, che spinge le sue vittime alla disperazione perché gli forniscano l’energia e la consapevolezza necessarie alla sua sopravvivenza. Degli esseri inorganici ho già parlato nel mio libro “1787: don Juan; pensieri di un ragioniere”. Nell’opera di Castaneda si trovano molti accenni alla triste condizione dell’umanità, che, per quegli esseri, è né più, né meno che carne da macello. Nei libri di Castaneda – in particolare nell’Arte di Sognare – vengono descritte le strategie e le tattiche dei demoni per assicurarsi la consapevolezza e le energie umane. In cambio del loro cibo, gli esseri inorganici concedono all’uomo bellezza, giovinezza, ricchezza, potere: in particolare tutti questi vantaggi vengono riconosciuti a chi, con la propria opera (anche inconsapevole), li aiuta ad assoggettare parti sempre più grandi del genere umano. E’ la storia del Faust, che, al di là delle forme letterarie, non è affatto di un mito, ma una triste realtà. L’umanità non è affatto conscia di tutto questo, per cui accetta i doni velenosi, ma non riesce a combattere le forze inorganiche, a riconquistare l’energia dissipata nelle emozioni negative, nei comportamenti suicidi, nei desideri incontrollati e tornare ad essere l’entità magica che era in tempi lontanissimi. Di qui il destino dei meschini, la stragrande maggioranza purtroppo, che non sono né carne né pesce, che non scelgono altro che una materialità piena di catene (ovvero il mantenere fisso il proprio punto di unione), senza speranza, senza vero godimento, condannandosi ad una vita piena di sofferenza, ad un karma costantemente negativo, ma illudendosi di poter aspirare alla salvezza (raggiungimento della Consapevolezza Totale, senza essere fagocitati dall’Aquila, mantenendo la propria individualità) solo adottando una morale da operetta. Dante scrisse dei versi bellissimi e famosissimi, ai quali sto dedicando una serie di articoli sul mio blog, nel terzo canto dell’Inferno (versi 22-69):

Quivi sospiri, pianti e alti guairisonavan per l’aere sanza stelle,per ch’io al cominciar ne lagrimai. Diverse lingue, orribili favelle,parole di dolore, accenti d’ira,voci alte e fioche, e suon di man con elle facevano un tumulto, il qual s’aggirasempre in quell’aura sanza tempo tinta,come la rena quando turbo spira. E io ch’avea d’error la testa cinta,dissi: Maestro, che è quel ch’i’ odo?e che gent’è che par nel duol sì vinta? Ed elli a me: Questo misero modotegnon l’anime triste di coloroche visser sanza ‘nfamia e sanza lodo. Mischiate sono a quel cattivo corode li angeli che non furon ribelliné fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. Caccianli i ciel per non esser men belli,né lo profondo inferno li riceve,ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli. E io: Maestro, che è tanto grevea lor, che lamentar li fa sì forte?Rispuose: Dicerolti molto breve. Questi non hanno speranza di mortee la lor cieca vita è tanto bassa,che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa;misericordia e giustizia li sdegna:non ragioniam di lor, ma guarda e passa. E io, che riguardai, vidi una ‘nsegnache girando correva tanto ratta,che d’ogne posa mi parea indegna;  e dietro le venìa sì lunga tratta di gente, ch’i’ non averei creduto che morte tanta n’avesse disfatta.  Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto, vidi e conobbi l’ombra di colui che fece per viltade il gran rifiuto.  Incontanente intesi e certo fui che questa era la setta d’i cattivi, a Dio spiacenti e a’ nemici sui.  Questi sciagurati, che mai non fur vivi, erano ignudi e stimolati molto da mosconi e da vespe ch’eran ivi.  Elle rigavan lor di sangue il volto, che, mischiato di lagrime, a’ lor piedi da fastidiosi vermi era ricolto. 

I versi sono facili e non c’è bisogno di un approfondito commento. Ciò che deve essere messo in evidenza è la tremenda sorte degli ignavi, coloro che non hanno scelto. Non siamo nemmeno nel vero e proprio inferno, siamo nella sua anticamera. Questi non li vuole nessuno, né il paradiso, né i demoni; il primo per non rompere l’infinita armonia, che là regna, il secondo perché gli ignavi non hanno nemmeno voluto restare nel mondo dei demoni, farlo proprio, accettare le offerte luciferine, in cambio della loro energia e della loro Consapevolezza. I Beati hanno scelto la Consapevolezza, hanno voluto combattere per la conoscenza e per l’Infinito, i dannati hanno volontariamente e chiaramente scelto i doni velenosi degli esseri inorganici, si sono perduti, ma almeno hanno fatto una scelta. Gli altri no: non sono stati guerrieri dello spirito ed ai demoni hanno donato inconsapevolmente solo la loro energia. L’unica scelta, che hanno fatto, è quella della percezione del mondo comune e così si sono condannati a continue incarnazioni negative, alla sofferenza senza speranza. Dante si stupisce dell’enorme numero degli ignavi. Lo credo! Si tratta di quasi tutta l’umanità! Si noti anche come la pena comminata a chi non ha scelto consistesse, secondo le percezioni di Dante, nel correre dietro ad un insegna qualunque: gli ignavi vengono obbligati a scegliere perchè tutti gli uomini, intesi come entità consapevoli, devono arrivare a conseguire la Consapevolezza Totale, oppure rimanere invischiati nel mondo dei demoni. Così non possono restare. La loro nudità rappresenta il bozzolo luminoso, l’aura, quasi privo di Consapevolezza, le vespe, i mosconi ed i vermi i tormenti ed i morsi della sofferenza, a cui l’umanità si condanna per l’ignoranza delle realtà ultime. I vermi, mosconi e vespe possono anche rappresentare l’impotenza dell’umanità di fronte ai demoni, a cui deve comunque lasciare gran parte della propria energia. Altro che non aver scelto un partito, piuttosto di un altro, altro che non aver scelto se essere Guelfi oppure Ghibellini, altro che avere rifiutato la nomina papale (colui che fece il gran rifiuto è, per moltissimi commentatori, papa Celestino V, che rinunciò alla tiara pontificia. Ma, a questo proposito, Dante nulla dice); questa è gente che ha rifiutato lo Spirito, la Verità, ed il gran rifiuto è quello della Consapevolezza!

Anche Mozart aveva intuito, o capito, o visto, tutto questo. Leggendo il libretto del Don Giovanni vide il protagonista precipitato all’inferno, ma, musicando le sue parole, gli conferì una grande dignità, una sua positività, direi: in fin dei conti Don Giovanni aveva scelto, così come aveva scelto il Commendatore (ovviamente in senso opposto). Lo scontro tra i due era inevitabile; e, come sul piano materiale Don Giovanni aveva prevalso, così sul piano spirituale prevalgono le forze dell’Infinito. All’inizio dello scontro, all’apparire della statua del Commendatore, Mozart ci ha fatto una sorpresa eccezionale: dissolve il sistema armonico e, sia pure in modo abbastanza sfumato, anticipa la rivoluzione dodecafonica, pur mantenendo un’armonia di base. L’Armonia cosmica non è tonale, ma è rapporto di pura armonia tra tutti gli infiniti suoni (e non solo dodici!) prodotti dall’Infinito. Il sistema tonale è in rapporto stretto con il materialismo dell’umanità, che non sceglie. Nel finale del Don Giovanni questa umanità scompare, i due antagonisti appartengono già al mondo dello Spirito, dove la musica è armonia infinita e dove la musica usa la totalità di tutti i suoni possibili. Mozart ci dice tutto questo con note che anticipano di oltre un secolo la teoria dodecafonica! E gli altri personaggi? Sono gli ignavi, coloro che non hanno scelto, né il paradiso del Commendatore, né l’inferno di Don Giovanni: Mozart li lascia lì a macerare rabbia e sofferenza. Il pistolotto finale viene musicato da Mozart in modo quasi ridicolo: compatisce i vari Leporello, Zerlina, Donna Anna, Don Ottavio, Donna Elvira e Masetto, ma si prende gioco di loro.

Nel comporre il Don Giovanni, Mozart ha tirato fuori tutto ciò che la sua anima, il suo corpo, la sua consapevolezza conoscevano intorno alle verità ultime: inevitabile un turbamento profondo, un totale sconvolgimento.

Nel periodo successivo al Don Giovanni le emozioni accumulate si fece sentire: Mozart produsse poco, considerando la sua capacità di lavoro e la naturalezza con cui, fino a quel momento, aveva sfornato un capolavoro dietro l’altro. Molti suoi biografi attribuiscono questa relativa aridità alle difficoltà economiche, alla malferma salute (a Mozart rimanevano solo quattro anni di vita), alla disaffezione del pubblico. Certo: queste sono situazioni, che non favoriscono la creazione artisitca, ma, a mio vedere, la diminuita produzione deve essere attribuita per la massima parte alla necessità di superare il terrore sorto in lui dopo aver visto spalancarsi nella sua anima gli abissi infernali e paradisiaci, dopo aver constatato come, in fin dei conti, potesse essere attratto anch’egli dalle forze oscure e demoniache, dopo avere preso consapevolezza del fatto che anch’egli fosse sensibilmente attratto dalle forze del male! Si imponeva un periodo di riflessione e di ripensamento della sua pur breve, ma intensa, esperienza di vita.

Dal 1787 al 1790 due momenti spiccano per la loro importanza in questo processo di ricapitolazione:

  • nell’estate del 1788 egli compose – in poco più di due mesi, praticamente di getto – le sue tre più importanti sinfonie;
  • nel 1790 compose l’ultima sua opera nata dalla collaborazione con Lorenzo Da Ponte: Così fan tutte.

Cominciamo da quest’ultima: a parte gli eccezionali valori musicali dell’opera riconosciuti da qualche critico, è la Cenerentola della trilogia di Mozart, la meno eseguita, la meno amata, la meno considerata. Eppure, se lo si considerasse nella giusta luce, non si potrebbe concludere altro che si tratta di uno dei massimi capolavori di tutti i tempi. Per la musica, certo, ma anche per il profondo significato spirituale che può suggerire.

La trama dell’opera è molto semplice: due amici – Guglielmo e Ferrando – fidanzati con due sorelle – Dorabella e Fiordiligi – sono assolutamente certi della fedeltà delle loro belle. Ma un vecchio cinico e misogino – Don Alfonso – scommette con loro una forte somma: in breve tempo egli avrebbe dimostrato come anche quelle due ragazze, come tutte le altre, sarebbero state capaci di tradire la fiducia dei fidanzati. I due giovani avrebbero dovuto fingere di partire per la guerra a causa di un ordine regio per poi ripresentarsi a Dorabella e Fiordiligi sotto mentite spoglie, travestiti, e fare una serrata corte alle ragazze. La scommessa viene accettata dai giovanotti. Don Alfonso, con l’aiuto di Despina – l’astuta servetta di Dorabella e Fiordiligi – prepara la burla. Non c’è bisogno di dire che le ragazze si innamorano dei due sconosciuti piombati in casa loro. E, in più, se li scambiano senza saperlo! La verità viene poi a galla e le coppie si riconciliano, ma con l’amaro in bocca.

Ecco il punto: se nelle Nozze di Figaro, tradimenti, travestimenti, inganni finivano in un generale e sublime perdono, dopo l’esperienza del Don Giovanni, Mozart non riesce più a perdonare i mediocri, i loro capricci, la loro imprudenza, la loro presunzione, né accetta più le loro mascherate. Don Alfonso è un vecchio cinico, che si permette di ordire un inganno per lo stupido orgoglio di dimostrare una sua teoria: le donne sono tutte infedeli. E per fare questo non conosce limiti e spinge due coppie sull’orlo della rottura e dell’infelicità. D’accordo, aveva ragione, ma non merita né pietà, né indulgenza. Le due ragazze, dopo avere giurato eterno amore ai fidanzati, si buttano nelle braccia del primo venuto. Bello schifo: colpevoli anche loro, nessun perdono. Despina è maligna e si presta ad un gioco pericolosissimo: una persona falsa, che non merita nessuna considerazione. E i due giovani ingannati? Sono meno colpevoli degli altri, ma hanno accettato con troppa leggerezza la scommessa e si sono prestati ad un inganno feroce. Hanno avuto anch’essi ciò che si meritavano.

Il Mozart del 1790 non è più quello del 1786 (anno delle Nozze di Figaro): se prima assisteva divertito allo spettacolo delle debolezze umane, ora ne è nauseato. Si tratta delle debolezze dell’umanità mediocre, quella che non sceglie né il bene, né il male, degli ignavi danteschi. Ora Mozart sa, non può più usare indulgenza, non più perdonare. Sa che quella è un’umanità condannata a perdere la propria consapevolezza e a non superare – alla morte – il “becco dell’Aquila”.

Ad un cambiamento così grande Mozart era arrivato, non solo in seguito all’esperienza del Don Giovanni, ma anche componendo la sua più famosa trilogia di sinfonie, quella a cui ho accennato sopra:

Sinfonia n. 39 in Mi bemolle maggiore K 543

Sinfonia n. 40 in sol minore K 550

Sinfonia n. 41 in Do maggiore K 551 (Jupiter)

Le prime due sono la “ricapitolazione” della vita del Maestro: nella sinfonia in Mi bemolle maggiore Mozart ricapitola i primi trent’anni della sua vita. Equilibrio e pace dello spirito ancora ignaro del bene e del male: un vero paradiso perduto, mentre nella sinfonia in sol minore – notissima – ripercorre la sua lotta contro il proprio demonico.

La ricapitolazione permette di recuperare l’energia perduta nelle esperienze vissute e di non permettere più a quelle di tormentarci. Un’operazione di grande magia, che lascia la persona completamente diversa da come l’aveva trovata. Infatti Mozart ora è cambiato e compone la sinfonia in Do maggiore, con la quale si avvia alla riconquista delle regioni spirituali e dell’Armonia cosmica. Qualcuno vede in questa sinfonia l’addio di Mozart al Settecento. Io ci vedo l’addio di Mozart all’umanità! Ora egli può ascendere alle regioni superiori e nulla lo può più fermare perché ha ricapitolato in modo impeccabile la propria vita.

Nel 1790 e 1791 la musica di Mozart ci appare completamente diversa.

Basterebbe una brevissima composizione di Mozart a dimostrare da quali altezze ora guardasse l’umanità e quale fosse la compenetrazione dell’Armonia celeste nel suo animo: l’Ave Verum Corpus K 618. Si tratta di un lavoro di sole quarantasei battute scritta di getto per compiacere un amico, il maestro di scuola di Baden, che gli aveva chiesto una composizione per coro da eseguirsi nella locale chiesa per la festa del Corpus Domini. Detto e fatto: Mozart compose quello, che forse è il suo pezzo più bello e significativo, in poche ore il 17 giugno 1791. Non ci sono parole per descrivere il canto degli Angeli e l’Armonia universale: sentitelo e capirete a cosa era arrivato Mozart. Con la sua successiva opera, il Flauto Magico, Mozart fa di più: indica la strada anche a noi! Ci dice come la vita abbia un senso solo se si combatte per lo Spirito, se si diventa guerrieri in senso sciamanico. Tamino e Pamina pervengono all’iniziazione dopo aver superato le prove del guerriero, dopo aver resistito all’impatto con l’Energia: un risultato conseguito grazie all’accumulo di Energia dovuto ad una vita impeccabile ed a puri sentimenti in ciò guidati dallo “Sciamano” Sarastro. Mozart, giunto all’estremo della sua vita, ritorna ad assolvere i mediocri, purchè buoni. Anche il buffo Papageno e la buffa Papagena conseguono la loro felicità in quanto creature umane buone: la loro rinascita (simboleggiata nel goffo tentativo di suicidio di Papageno ed il suo ritorno alla vita grazie all’intervento dei tre geni) è positiva perché non hanno accumulato karma negativo. Solo i malvagi, Regina della Notte, le sue tre scherane e Monostato vengono precipitati all’inferno senza tanti complimenti.

La musica del Flauto Magico è, naturalmente, eccezionale. Sentitela, ma l’effetto dell’opera è molto maggiore se vista a teatro.

Non è un caso se Mozart non riuscì a concludere il Requiem (fu colto dalla morte nella notte del 5 dicembre 1791): con l’Ave Verum e con Il Flauto Magico egli aveva dimostrato di avere superato le barriere, oltre le quali la morte non ha più significato ed i canti funebri non hanno più ragione di esistere.

Mozart aveva raggiunto la Libertà.

(fine)

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