MOZART, L’ANGELO ED IL DEMONE: LE NOZZE DI FIGARO

W.A. Mozart (1756 - 1791)
W.A. Mozart (1756 – 1791)

Mozart, angelo e demone: “Le Nozze di Figaro”.

Il 28 dicembre 1782 Mozart scrisse al padre: “I concerti (di pianoforte; n.d.a.) sono una via di mezzo tra il troppo difficile ed il troppo facile, sono brillanti e piacevoli all’udito, naturalmente senza cadere nella vuotaggine. Qua e là anche i conoscitori possono ricevere una soddisfazione, ma in modo che i non conoscitori possano ricevere una soddisfazione senza sapere il perché”.

Senza sapere perché …: ho spiegato il perché in un mio articolo del 4 novembre 2014 e del quale riporto uno stralcio per vostra comodità. In quell’occasione scrissi:

Siamo fatti di energia, posto che le cellule del nostro corpo sono composte da molecole, i cui atomi altro non sono che campi energetici, che si combinano tra di loro, dando vita ai più svariati composti chimici organici ed inorganici.

C’è l’energia del nostro corpo, ma c’è anche ben “altra” energia: quella che compone tutte le cose: la Terra, le piante, gli animali, le stelle sono tutte  formate da quell’immensa forza che è l’energia cosmica. Noi, del Creato, percepiamo, vediamo, sperimentiamo solo ciò che è formato dai raggi di luce, con i quali l’energia del nostro corpo è strettamente unita.

Il collegamento, l’interscambio avviene in un punto molto preciso della nostra aura: quello che viene chiamato dagli Sciamani “punto d’unione” o “punto d’incontro”.

Esso non è sempre fisso nella stessa posizione: cambiamo umore, ci addormentiamo, sogniamo e così facciamo – anche inconsapevolmente – esperienze percettive differenti rispetto a quella alla quale siamo da sempre abituati. Anche la simpatia e l’antipatia “a pelle” sono effetti della posizione del “punto d’unione”: ci è simpatica la persona con la quale condividiamo lo stesso modo di vivere la realtà, con la quale abbiamo degli interessi in comune, le cui idee ci appartengono; in una parola: con la quale condividiamo la stessa posizione del “punto d’unione”. Al contrario, qualora la posizione del “punto d’incontro” di due persone fosse in posizioni diverse e dissonanti, esse non si sopporterebbero e si eviterebbero accuratamente. Lo stesso vale per la musica, così come per qualsiasi altra forma di espressione artistica: piace una composizione, oppure un quadro, una scultura, un componimento letterario, solo se il nostro “punto d’unione” è consonante ed in posizione simile a quella che aveva l’Autore mentre componeva, dipingeva, scriveva.

Non vi è mai capitato di ascoltare con piacere un pezzo, anche più volte, e poi provarne addirittura fastidio? Semplicemente il vostro “punto d’unione”, prima era allineato con l’energia che inondava l’Autore mentre elaborava la sua opera, poi si è spostato in posizione diversa ed inconciliabile e ciò che l’Autore ha fissato su carta, o col colore, semplicemente vi lascia indifferenti, se non addirittura ostili nei suoi confronti!

Per quanto detto, possiamo dedurre che i concerti per pianoforte di Mozart davano soddisfazione agli ascoltatori perché il punto d’unione di questi era in posizione consonante con quella del punto d’unione del Grande Salisburghese nel corso della creazione dell’opera.

Quella riportata all’inizio dell’articolo è una dichiarazione estetica di Mozart molto importante. Con essa egli ha confermato il mio punto di vista in merito alla soddisfazione che deriva dell’ascolto della musica. Mozart non conosceva la questione del punto di unione, per cui non poteva essere più preciso, ma la profondità della sua affermazione è sorprendente.

Mi stupisce un fatto: molti critici e studiosi di musica lamentano la scarsità di dichiarazioni programmatiche ed estetiche contenute nel pur ricco epistolario di Mozart. Mi stupisce perché affermazioni del genere non sono affatto vere. Mozart ha detto e scritto tutto tutto ciò che in materia c’era da dirsi e da scrivere. L’essenza delle cose è semplice: la sua spiegazione, anche se non facilissima da comprendersi, non richiede mai molte parole.

In una sua lettera al tenore Michael O’Kelly, che gli chiedeva lezioni di composizione, Mozart scrisse: “La melodia è l’essenza della musica. Chi inventa melodie lo paragono ad un nobile cavallo di razza, mentre un semplice contrappuntista è come il cavallo del postiglione”. La melodia è l’essenza della musica … E l’armonia?! Questa è fuori discussione: è un dato, che non può mancare. Senza armonia non può esserci musica per Mozart! Infatti il 26 settembre 1781 egli scrisse al padre: “Poiché le passioni anche violente non devono mai arrivare fino al disgusto, così pure la musica, anche nel momento più terribile, non deve mai offendere l’orecchio, ma sempre far godere e rimanere sempre musica”. A offendere l’orecchio è la disarmonia, la dissonanza non preparata e non risolta. Mozart ci ha detto, in un modo, che non ammette né repliche né eccezioni, che in assenza di armonia non si ha musica. In un’altra lettera, in cui valuta con attenzione le qualità di due cantanti, scrisse di un certo Meissner che questi esagerava troppo il vibrato: “E’ una cosa veramente orribile. La voce umana vibra già di per se stessa ma, in questa misura, è bella: è la natura della voce. Si imita questo effetto non solo sugli strumenti a fiato, ma anche sugli archi, anzi persino sul pianoforte. Ma appena si oltrepassano i limiti non è più bello perché è contro natura”. Ecco servita l’estetica mozartiana, anzi l’estetica musicale tout court: si ha musica quando si imita la natura del suono (non la natura nel senso, per esempio, del canto degli uccelli!), che viene direttamente dall’Armonia cosmica, suono che è melodico ed armonico ad un tempo e che non può offendere l’orecchio perché imita la musica archetipa.

Concetti così profondi, totali, definitivi, eppure semplici, possono essere espressi solo da chi ha fatto esperienza diretta con l’Armonia del Cosmo; e Mozart è stato in contatto – consapevolmente o inconsapevolmente? Non si sa, di certo si trovava in stato di sogno consapevole, di meditazione profonda – con l’origine del suono fin dalla sua nascita e quei suoni ha “imitato”.

Ecco spiegato il successo della musica di Mozart: le ragioni del suo successo non riposano più su ragioni segrete, come asseriva Massimo Mila.

C’è un’altra osservazione da fare: su 754 numeri d’opera, solo una quarantina sono state scritte in una tonalità fondamentale appartenente al modo minore. Solo in poco più di 5 composizioni su 100 Mozart lascia prevalere la propria umanità materiale, si lascia risucchiare dalla Terra, diventa schiavo del suo “Io” (questa l’origine ed il significato del modo minore), mentre per tutto il resto della sua opera lascia libero sfogo al Cosmo ed alla sua armonia e la riporta sul pentagramma. Tra l’altro una buona parte delle opere in tonalità fondamentale minore sono state scritte dal Maestro negli ultimissimi anni della sua breve vita. Gli anni della crisi, quelli del contatto con il demoniaco.

La parabola creativa ed umana di Wolfgang Amadeus Mozart può essere divisa in tre periodi distinti:

  1. dalla nascita (avvenuta in Salisburgo il 27 gennaio 1756, alle otto di sera) fino al 1785 (anno in cui cominciò a lavorare all’opera in quattro atti “Le Nozze di Figaro” rappresentata il primo maggio 1786).
  2. dal 1785 al 1790: la presa di coscienza del proprio Io e la crisi.
  3. Dal 1790 al 1791 (anno della sua morte avvenuta il 5 dicembre).

La prima composizione di Mozart risale al 1761 (egli aveva cinque anni!), per cui si può affermare che, per quasi venticinque anni, egli abbia composto “sotto dettatura”! Ciò che Mozart sentiva come suono cosmico durante il sonno, lo riproduceva sul pentagramma, come ho detto sopra. Non mancano in quel periodo, è vero, opere in cui egli ha fatto qualche concessione all’io, né sono assenti momenti introspettivi, ma, per quanto si cerchi, non si troverà mai traccia, se non di poche nubi passeggere, piccoli turbamenti di una giovane vita, che il mondo, le sue sofferenze e le sue preoccupazioni materiali riuscirono solo a sfiorare senza intaccare la purezza dell’ispirazione.

Nello stesso periodo Mozart affinò fino all’estremo il suo bagaglio tecnico, acquisì esperienze sempre nuove, portò la sua musica ad una perfezione senza precedenti e, pur rimanendo nel solco di una consolidata tradizione (Mozart non fu mai né innovatore, né rivoluzionario: l’imitazione dell’Armonia delle Sfere non pone questa necessità), sfruttò le possibilità dell’armonia classica in modo talmente completo e profondo come mai era stato dato di sentire. Chi seguì – Beethoven – fu costretto ad ampliare i confini del classicismo: ormai Mozart aveva detto tutto e in modo perfetto.

Arrivò poi il 1785 e, più precisamente, il mese di luglio. Lorenzo da Ponte in quel periodo consegnò a Mozart il libretto dell’opera “Le Nozze di Figaro” tratto da una commedia di Beaumarchais. Quel geniaccio di Da Ponte – un vero e proprio avventuriero galante del XVIII secolo – l’aveva combinata bella. Egli spogliò di ogni intento di satira sociale il testo originario e cosa ne risultò? Un quadro splendido, in cui si alternano figure comiche, buffe, personaggi maschili e femminili fortemente umani, quasi animaleschi nella loro totale dedizione all’eros, un conte alla perenne ricerca di avventure e la moglie – un tempo la giovane ed indiavolata Rosina – ormai sulle soglie della maturità, triste per i continui e palesi tradimenti del marito, ma ancora combattiva e ben determinata a riconquistare l’amore del marito e poi Susanna, lo stesso Figaro, personaggi delineati nei loro caratteri in modo magistrale dal Da Ponte. E poi un personaggio eccezionale, in cui molti vedono l’alter ego di Mozart: il paggio Cherubino. Si tratta di un giovane nobile ai confini tra l’adolescenza e la maturità fisica con tutte le voglie, i desideri, che non hanno ancora un nome, che non si spiegano, che non si sa da dove vengano e dove portino, ma che spingono irrefrenabilmente alla passione, erotica sì, ma pura ed innocente perché assolutamente naturale.

Mozart si trovò tra le mani il magnifico affresco letterario di Da Ponte … e qui debbo fare una precisazione. Io non sono assolutamente d’accordo con chi, come per esempio Aloys Greither scrive: “Nelle Nozze di Figaro Mozart ha dato un’autonomia drammatica ai personaggi dell’opera tradizionale, li ha resi più duttili, trasformandoli in creature che soffrono e che amano. Questi personaggi ricavano ora improvvisamente da se stessi quella legge che finora era stata imposta dagli schemi convenzionali del teatro” (A. Greither: “Mozart” ed. Piccola biblioteca Einaudi). Non sono d’accordo con questo tipo d’affermazioni perché il carattere e la psicologia dei personaggi sono stati loro dati non dal musicista, ma dal librettista. Al di là di qualche suggerimento, o richiesta, Mozart non ha scritto il magnifico libretto, ma l’ha subìto, pur approfondendolo e creando l’equivalente musicale di quei caratteri e psicologie. Ciò è avvenuto perché il libretto delle “Nozze di Figaro” si accordava con la sua visione del mondo (anche questa determinata dalla posizione del punto d’unione), con i moti del suo animo, con il modo standardizzato che aveva di considerare l’umanità del suo tempo. In altre occasioni, Mozart ha dipinto qualche personaggio in modo anche antitetico rispetto alle intenzioni iniziali del librettista (cosa che capitò particolarmente con la figura del Don Giovanni), ma questo fu possibile solo attraverso la musica, sfruttando la situazione banale (il peccatore precipitato all’inferno) creata dal Da Ponte e fu possibile solo dopo che Mozart modificò radicalmente il suo modo di percepire la vita e l’uomo.

Mi accorgo che sto scivolando irresistibilmente verso il “Don Giovanni”. Mi debbo fermare, perché voglio concludere le mie annotazioni su “Le Nozze di Figaro”.

Dicevo che Mozart si trovò tra le mani il magnifico affresco letterario di Da Ponte ed ha letto dei turbamenti di Cherubino, ma non è possibile che si sia identificato in un adolescente! All’epoca Mozart Aveva quasi 30 anni, era marito e padre di due figli (di cui uno morto prematuramente a sette mesi); egli aveva superato da tempo i turbamenti dell’adolescenza e della prima gioventù: le birichinate maliziose con la cuginetta, che – chissà perché – interessano tanto i biografi ufficiali, erano ormai acqua passata. No: Mozart in Cherubino vide qualcosa d’altro. Si tratta di un adolescente, che si affaccia al mondo degli adulti con i loro tradimenti, le loro bassezze, le loro meschinità, la loro gelosia, la loro invidia, la loro stupidità, la loro ossessiva adesione alle convenzioni, il loro vedere male anche nelle cose più pure ed innocenti, la loro tendenza a mascherare l’essenza della propria personalità. Come Cherubino si smarrisce di fronte alle misteriose pulsioni sessuali, che invadono il suo corpo e la sua mente, come Cherubino patisce lo svelarsi del mondo degli adulti, così Mozart si smarrisce di fronte ad un mondo, che lo aveva accolto, ma che egli non conosceva nei suoi aspetti più torbidi. Mozart era marito e padre ed era un grande genio musicale, oltre che una persona intelligentissima, ma nei confronti del mondo era un bambino indifeso, non stupido, ma incredulo di fronte alla malizia dei suoi simili ed incredulo nel vedersi svelare il male. Tutto ciò che per Mozart era bello perché naturale, tutto ciò che per Mozart era elevato ora diventava fosco e sospetto alla lettura del libretto fornitogli da quel Casanova in formato ridotto quale era Da Ponte. Mozart capì improvvisamente tutto e ci ha donato un indimenticabile affresco musicale del mondo materiale, che gli era stato svelato.

Mozart era dunque venuto a contatto profondo con una materialità prima di allora sconosciuta, con l’egocentrismo, con la sessualità fine a se stessa, con una realtà in cui si perdeva la possibilità di percepire l’Armonia cosmica, per udire solo più le dissonanze del demoniaco, dell’umanità storpiata, della materialità trionfante. Fateci caso: nelle Nozze di Figaro non c’è alcun personaggio realmente positivo, così come non troviamo alcun personaggio realmente negativo (come invece sarà nel Don Giovanni e nel Flauto Magico) e nel concertato finale del quarto atto manderà assolti tutti quanti per le loro piccole mancanze. Tutti assolti, ma Mozart non poteva più eliminare l’esperienza fatta: la luce sinistra di Lucifero gli era stata svelata e Mozart uscì turbato ed ammaliato dalla rivelazione, ma non poteva né cancellarla, né tornare indietro. L’impressionabile Maestro avrebbe dovuto cercare di dimenticare tutto e cercare di tornare al suo mondo puro ed armonico, ma ci pensò Da Ponte a fargli conoscere regoni dell’animo umano ancora più inquietanti: all’inizio del 1787 fornì a Mozart il libretto del Don Giovanni.

Qui inizia la parte finale, sia della vita, che dello sviluppo della grandiosa produzione di Mozart, ma per raccontarvela ho bisogno di un articolo intero.

(continua)

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