La musica di Beethoven: un’esperienza iniziatica!

Ludwig Van Beethoven (1770 - 1827)
Ludwig Van Beethoven (1770 – 1827)

Molti appassionati di musica classica si pongono una domanda idiota: chi era più grande Mozart, o Beethoven? Qualcuno, generosamente, inserisce tra i due anche Bach implicitamente escludendo tutti gli altri! Una domanda, come quella posta sopra, è idiota perché non c’è alcuna risposta: erano tutti e tre grandissimi, inarrivabili perché tutti e tre ci hanno raccontato l’Infinito, ci hanno fornito un resoconto dei loro contatti con il Cosmo, hanno cantato per noi l’Armonia delle Sfere. L’ascoltare l’uno più volentieri dell’altro dipende, come ho spiegato nel mio precedente articolo sull’estetica musicale dalla posizione del punto d’unione dell’ascoltatore, della sua maggiore, o minore, sintonia con lo stato dell’anima dell’Autore, di cui sta godendo le opere. Io, in certi periodi, ascolterei solo Bach; in particolare, il “clavicembalo ben temprato” e le “variazioni Goldberg”: il loro ascolto mi porta direttamente davanti all’Infinito, alla contemplazione di quella che Dante chiama “ultima salute”. Per ascoltare Bach, però, bisogna essere particolarmente in forma, positivi, sereni, pieni di energia. Uno stato che non sempre si può riscontrare in una persona umana. In altri periodi non ascolterei altro che Mozart, in particolare le opere che vanno dal “don Giovanni” in poi: lo splendido “Ave verum”, il “Flauto magico”, il concerto per clarinetto, le ultime tre sinfonie ecc. Si tratta di composizioni, che testimoniano il superamento del tremendo demonismo del “don Giovanni” (con il quale Mozart aveva avuto un imprudente contatto durante la composizione dell’opera) ed il raggiungimento dell’illuminazione, della comprensione dei misteri del Cosmo, al di là delle aride superstizioni religiose. Di Mozart parlerò un’altra volta.

Rimane Beethoven.

In questo periodo ascolterei solo lui e le sue enigmatiche opere.

Il motivo è semplice: io sono impegnato nella cosiddetta “ricapitolazione”, che altro non è che un rivivere i fatti salienti della propria esistenza e sento come Beethoven abbia fatto lo stesso con la sua musica! Egli con la sua Musica sta lì a gridarci: ecco, io ero uno di voi e grazie alla mia esperienza del dolore, al suo rifiuto, prima, unito ad una possente ribellione, alla sua accettazione, poi, quando non mi sono più fatto condizionare da esso, sono giunto all’Illuminazione e ho “visto” l’energia, che ho cercato di portare a voi con la mia Musica.

Io ero come voi avido, meschino, superbo, avaro, iroso, disperato, ipocrita, beone, sprezzante del prossimo, davo la colpa agli altri delle mie disgrazie, ma ho lottato e, pur tra tante cadute, ho raggiunto l’Assoluto e ne ho sentito il suono! Perché voi non potete percorrere la mia strada? Anche se non siete musicisti, potete ascoltare la mia Musica o quella degli altri grandi. Essa sta lì a dimostrare dove un uomo comunissimo può arrivare solo che lo voglia!

Il cammino di Beethoven è un cammino iniziatico e nella sua musica c’è tutto.

Ma andiamo con ordine e cerchiamo di capire l’origine della grandezza di Beethoven, analizzando il rapporto che lega le sue esperienze alla sua Musica.

Egli cominciò come un qualunque musicista di fine ‘700. Un ragazzo molto dotato per la musica, che si stabilì a Vienna nel 1792, che vi studiò e che si impose all’attenzione generale per le sue capacità di pianista. Solo verso il 1796 cominciò a comporre, e neppure tanto.

Le sue opere di quell’epoca erano di discreta fattura, ma non eccezionali. Opere che avrebbero degnamente concluso il lavoro di un buon compositore del XVIII° secolo, ma nulla più. Per poter essere classificati geni bisogna fare esperienza diretta, o almeno avere una intuizione molto profonda dell’armonia delle sfere, dei mondi paralleli ed essere animati da una profonda volontà – quasi un sacro fuoco – di rivelarli all’umanità. In questo modo anche la musica in modo minore, che distorce i suoni del Cosmo sotto l’impulso delle passioni solo umane, riesce ad assurgere a capolavoro.

E il giovane Beethoven era quanto di più lontano si potesse immaginare da tutto ciò.

Le sue potenzialità spirituali erano enormi, la sua utilità per l’umanità poteva diventare incommensurabile. Ci voleva qualcosa, per esempio un colpo del destino, che lo conducesse sulla giusta strada. Avrebbe sofferto, il povero Beethoven, ma che importa?! Mi vengono in mente le parole degli Sciamani: “Quando l’Infinito ti reclama, preparati ad un colpo che sarà tremendo”. L’infinito reclamò la “collaborazione” Beethoven e lo fece diventare sordo! Ecco un colpo, tanto più tremendo per un musicista, che può cambiare una vita. E a Beethoven l’ha cambiata.

Così l’umanità ha conosciuto la strada, che tutti, volendo, possono percorrere per raggiungere lo scopo della vita.

Cominciò, così, la ribellione di Beethoven, la ribellione al suo destino, che non comprendeva e che considerava sommamente ingiusto. Egli scrisse (siamo all’inizio dell’800) all’amico Wegeler: “Voglio afferrare il destino per la gola:esso non riuscirà a piegarmi del tutto. Ah è così bello vivere la vita mille volte!”

Ma la lotta contro il destino, oltre che essere perfettamente inutile, è sfiancante. Sembrò, ad un certo punto, che Beethoven volesse persino porre fine alle sue sofferenze con il suicidio. A dar fiato a queste trombe fu il famoso “Testamento di Heiligenstadt”, scritto da Beethoven nell’ottobre del 1802 e nel quale lascia intendere la suprema volontà. Questo scritto, che è indirizzato ai suoi due fratelli con l’indicazione “da leggersi dopo la mia morte”,  non è un vero testamento, ma lo sfogo di un uomo disperato per la propria malattia (la sordità sempre più marcata), che odia il mondo intero e fantastica di suicidio, godendo dell’idea di se stesso morto e dei sopravvissuti, che si sentono in colpa per non avere fatto niente per risolvere i suoi problemi! Insomma: un patetico tentativo di farsi commiserare! Il Testamento di Heiligenstadt è solo lo sfogo – molto comprensibile e da guardare con la massima comprensione e simpatia – di un depresso, depresso a causa di un’infermità tremenda per un musicista.

 

Qualcuno attribuisce a questo stato d’animo la capacità di produrre opere quali: Sonata per pianoforte op. 26, il Chiaro di Luna, la seconda sonata dell’op. 31, la sonata in do minore per violino op. 30, la sonata a Kreutzer op. 47 (la sonata che aveva ispirato a Tolstoj una delle sue opere più inquietanti, intitolata appunto “Sonata a Kreutzer”), oltre alle melodie deliziose dell’op. 48, la II.a Sinfonia (1803), la Sinfonia Eroica, la Quinta Sinfonia, la Sonata detta “Appassionata” e i concerti per pianoforte. Opere che sono – almeno alcune di esse – tra le più conosciute, anche tra i non appassionati di musica classica. La maggior parte di queste opere è in modo minore, dunque, pesantemente condizionate dai turbamenti di Beethoven, che si era inutilmente ribellato al tremendo destino di musicista sordo; le poche opere in modo maggiore dello stesso periodo, quando altro non sono che brillanti esercitazioni di composizione, stanno lì a dimostrare che Beethoven riusciva – nonostante tutto – a sentire ed a riportare i suoni del Cosmo. In esse c’è a tratti confusione, si sente come l’umanità e la materialità cerchino di richiamare Beethoven alla sofferenza della ribellione.

A questo genere di opere appartiene anche la splendida III.a Sinfonia in Mib maggiore (Eroica). In questa composizione le presunte idee rivoluzionarie di Beethoven non c’entrano, come invece viene sostenuto da molti biografi di Beethoven. La storia secondo la quale egli scrisse una sinfonia, pensando a Napoleone, e che poi – venuto a conoscenza dell’incoronazione a imperatore dello stesso – ne abbia stracciato la dedica, è realtà romanzata, molto romanzata. Beethoven aveva dedicato la Sinfonia Eroica a Napoleone, questo è vero. Stracciò la dedica, anche questo è vero. Ma a quei tempi era normale dedicare le proprie opere a qualcuno di importante e potente. E a quel tempo i francesi di Napoleone occupavano l’Austria… Con questo non si può seriamente sostenere che Beethoven abbia scritto la sinfonia Eroica “per e su Bonaparte”. Non si possono mettere in musica né dediche, né storie personali, né tanto meno  idee, per quanto siano rivoluzionarie.

Le idee non sono all’origine della musica, perché all’origine della musica c’è il Divino, c’è l’Energia.

La strada percorsa dalla critica musicale del XIX e del XX secolo per comprendere il periodo creativo di Beethoven, di cui stiamo parlando (il cosiddetto secondo periodo), non è la strada corretta. Molto più credibile – anche se inevitabilmente più difficile – è quanto dice Luigi Magnani nel suo ottimo libro “Goethe, Beethoven e il demonico” a pag.8: “Egli era stato colpito nel senso che avrebbe dovuto essere in lui più perfetto che in altri. La sordità, isolandolo dal mondo, lo getta in preda alla disperazione, gli fa maledire la sua propria esistenza e il Creatore. La fede nella missione che Dio gli ha affidato, vacilla. Il ‘favorito di Apollo’ si sente abbandonato, in balia del caso. Ma sarà dal fondo di questa rovina, che nell’uomo demonico non è mai incidente fortuito, ma assume mitica significazione, sarà dalla dura prova inflitta dal Demone, che scaturisce l’impulso a sfidare la sorte, ad affermare con disperato vigore la propria energia creatrice, anche se egli si crede ‘la più infelice delle creature di Dio’. Egli infatti avverte che la fortuna non lo abbandonerà, che un impulso segreto lo avvicina sempre più alla meta che non sa descrivere, ma che irresistibilmente tanto lo attrae da sentirsi all’altezza di qualunque evento. Come la poesia di Goethe nei tormentati giorni di Strasburgo, la musica di Beethoven acquista da questa drammatica esperienza personale nuovo calore per avere egli trovato il coraggio di essere se stesso”.

La musica di Beethoven di questo periodo è il risultato di tutto il titanico scontro tra la volontà dell’Infinito e la disperazione del musicista.

Così possiamo comprendere la provenienza di opere a tutt’oggi enigmatiche (figuriamoci all’ inizio dell’800), in cui si intuisce una tremenda lotta interiore, che si è sempre cercato di spiegare con ragioni – nella migliore delle ipotesi – molto superficiali.

Nell’opera del Beethoven nel primo decennio dell’Ottocento c’è un punto di svolta.

Non si tratta certamente – come pretenderebbe qualcuno – della fine del suo fidanzamento con Teresa Brunswick, un fidanzamento che doveva finire, posto che Beethoven si portava a letto la sorella di questa! In ogni caso, di amori finiti male la vita di Beethoven è piena, ma non hanno avuto influenza sulla sua opera.

Stranamente nel 1808 egli compose due sinfonie consecutivamente: la tremenda V.a (la cosiddetta sinfonia del destino) e la sinfonia in fa maggiore, detta la Pastorale. Esse sono state composte praticamente insieme, ma non si possono immaginare due composizioni più lontane tra di loro, quasi da sembrare opere di due diversi autori! Cos’era successo ? Beethoven nel bel mezzo dell’infuriare della lotta al destino trovò la pace nella natura poiché in essa intuì la presenza dell’energia cosmica, forse la “vide”, sicuramente sentì come ogni cosa sia quell’energia, come sia possibile sentirsi uomini, piante, animali, stelle, allo stesso tempo. In quella sinfonia Beethoven diventa un ruscello canterino, diventa il tuono, il canto degli uccelli della foresta, danza con i contadini una danza cosmica, diventa tuono e fulmine per poi placarsi nella quiete, nella pace e nella dolcezza assoluti.

Questo fu un momento importantissimo nella vita di Beethoven, poiché la sua esistenza fu finalmente deviata da una strada, che non lo avrebbe portato da nessuna parte: Beethoven cominciava a comprendere che la via da percorrere era un’altra, ma l’imboccarla non era facile, costava tanta fatica e Beethoven per un po’ di tempo si lasciò andare alla sfrenatezza e le sue opere degli anni immediatamente successivi risentiranno del suo disordine e della sua indecisione ad intraprendere il cammino iniziatico.

A proposito di questo periodo. Giovanni Carlo Ballola nel suo pregevole “Beethoven” dice: “Quattro anni separano la Pastorale dalla Settima Sinfonia in la maggiore op. 92, che, portata a termine durante l’estate del 1812, venne eseguita per la prima volta l’8 dicembre dell’anno successivo all’Università di Vienna… Quattro anni durante i quali il mondo musicale di Beethoven si rivela progressivamente proteso a liberarsi dall’urgere tumultuoso delle istanze contenutistiche, verso la conquista di un ordine di valori musicali assoluti. Questo processo di affinamento, perseguito attraverso l’attenuazione dei violenti contrasti dialettici e l’accentuazione di valori squisitamente costruttivi quali la polifonia… era iniziato col ritorno di Beethoven alla musica da camera, relativamente negletto negli anni di conquista del dominio sinfonico, se si eccettua la creazione isolata dei tre Quartetti Razumowsky. Opere quali la sonata per violoncello e pianoforte op. 69, i due Trii op.70, il quartetto op. 74, le sonate per pianoforte op. 78, 79, 81/a e 90 sono assai indicative di questo nuovo corso, un periodo di transizione, che potremmo definire come contraddistinto da un oggettivismo gratuito o paradossalmente da un disimpegno espressivo: il musicista sembra intento soprattutto a rinnovare il proprio vocabolario e a rivedere le proprie concezioni formali, producendo lavori caratterizzati spesso da una pura bellezza dai contorni ambigui e problematici, in cui si stenta a riconoscere il volto dell’autore dell’Appassionata e dell’Eroica. La Settima Sinfonia (e, in misura minore, l’Ottava, che ne è come l’eco affievolito e aggraziato) è il coronamento di questa grossa libertà creativa (!) acquistata attraverso il superamento della fase cruciale dell’individualismo eroico e del sublime assillo dell’urgenza contenutistica. Ciò fu avvertito non senza disagio dal secolo XIX, che si affrettò ad escogitare, Wagner in testa con la sua nota definizione di “Apoteosi della danza”… una serie di interpretazioni più o meno pittoresche…”. Qualcuno infatti nella VII.a Sinfonia vide (come il Von Lenz) una scena di nozze villiche, altri storie leggendarie, altri ancora addirittura la creazione del mondo!! Qualcun altro parla ancora di “sublimazione ideale dell’antica suite di danze” e infine qualcuno ha parlato di “astratto prodigio sonoro al di fuori della vita reale, che costituisce il suo colore inconfondibile”.

Si tratta di interpretazioni, anche sincere, ma che nulla hanno a che vedere con le sensazioni – quali esse siano – che la VII Sinfonia produce nell’ascoltatore ed i laceranti conflitti che dilaniavano l’anima di Beethoven.

L’esperienza spirituale di Beethoven, a sentire la sua musica, era fatta di estasi e di profondi turbamenti, di ribellione al destino e di sottomissione allo stesso, di intuizioni repentine e di cadute rovinose, di dolore umano e di grazia divina, di possessione da parte del suo demone e di dominio sullo stesso.

Nel 1812, anno di composizione delle Sinfonie n. 7 e 8, Beethoven viveva un amore intenso. Un genio posseduto dal demone, che si abbandona agli eccessi amorosi!  Ne venne fuori una miscela esplosiva! Perché anche il sesso è un fatto iniziatico. Nel momento dell’orgasmo, purché si tratti di un vero e totale orgasmo, si ottiene l’assenza completa di pensiero, che permette – sia pure per brevi istanti – l’illuminazione.

L’ascolto della VII.a Sinfonia mi dice che Beethoven cercò l’estasi sessuale. Nella sinfonia si sente tutto: dal disordine demoniaco, che spinge irrefrenabilmente all’atto sessuale, ai sensi di colpa, alla lotta contro gli uni e gli altri, all’estasi dell’orgasmo. Attraverso un approccio disordinato all’atto sessuale iniziatico, Beethoven riesce a compiere un passo ulteriore verso la conquista finale: il divino.

Seguiranno anni di smarrimento ed anche piuttosto improduttivi dal punto di vista artistico.

Beethoven si abbandona ad atteggiamenti moralmente discutibili negli affari, è sempre più arrabbiato con il mondo, lotta per avere la tutela di un nipote con una rabbia mai provata prima (e, purtroppo per il nipote, ci riesce!); insomma tira fuori la parte più negativa di sé. Il malato, alla fine, guarisce come lo stesso Beethoven canterà nel sublime Quartetto op. 132.

Beethoven ci ha lasciato anche un capolavoro pianistico, che racconta tutta la sua esperienza: l’ op. 111 (sonata n. 32 in do minore). Ad un primo movimento, in cui riecheggiano i temi della lotta al destino, in cui si sente ancora il demone non domato, segue un secondo movimento, che, partendo da un’arietta popolare, si sviluppa in variazioni sempre più ardite e dalle quali la presenza del divino emerge ad ogni nota.

Già il primo movimento presenta una sorpresa: esso è in do minore, ma conclude in do maggiore!

Anche se non mancano esempi di un fatto del genere (per la musica classica di quel tempo, quasi inconcepibile), nella sonata op. 111, esso assume un significato ed un’importanza del tutto differente.

L’inizio dell’ ‘Allegro con brio e appassionato’ si ha sul Mib della 3.a ottava e sul do della 4.a ottava. Quindi: do minore. L’ accordo finale del movimento si ha sul mi naturale, sol (5.a ottava), do (6.a ottava) e sui due do più bassi della tastiera. Si cambia modo (da minore a maggiore) e si cambia ottava: nell’armonia classica normalmente si conclude là dove si è iniziato quasi a significare che ci siamo librati in mondi di puro suono per poi tornare sulla terra ed alla nostra umanità. Nel primo movimento della 111 si parte dal basso in modo minore; pertanto l’uomo Beethoven vive dentro di sé, fa prevalere le vibrazioni del proprio corpo eterico, ha il punto d’unione fisso là dove vive la vita con tristezza, dolore e noia; ma poi, con uno sforzo titanico, supera tutto ciò e riesce a sentire la musica delle sfere, a vivere le sue prime, parziali e brevi esperienze illuminanti. Così la musica gli fa compiere “l’intervallo di 8.a ascendente” (per esempio da un do a quello successivo).

Sentiamo cosa dice lo steineriano Claudio Gregorat nel suo piccolo, ma bellissimo libro “La Musica come terapia” a proposito dell’intervallo di 8.a ascendente.

“E’ la fine del viaggio, il raggiungimento finale, il ricongiungimento con il proprio sé superiore, con l’uomo realizzato. Mentre quello discendente (nel senso dell’intervallo di 8.a, N.D.A.) ha un grande valore terapeutico, questo invece non può averlo allo stesso modo, proprio per il fatto di costituire una meta finale dell’evoluzione, sia dell’uomo, sia del mondo, dove si può dire ‘tutto è compiuto’. La teoria musicale dice che l’8.a è soltanto la ripetizione della 1° e conta un numero doppio di vibrazioni al secondo. Ma qui possiamo veramente sperimentare che le cose hanno una valenza molto diversa, vista spiritualmente: e l’8.a ha un valore morale – oltre che estetico – enorme”.

Infatti se l’8.a inferiore rappresenta l’uomo materiale, l’8a superiore rappresenta l’uomo spirituale che ha raggiunto il divino!

Questo ha fatto Beethoven attraverso la sofferenza, la lotta, la ribellione e ce lo dice in musica con un linguaggio criptico quasi da iniziati, ma ce lo dice.

Mi si potrebbe obiettare che io, contraddicendo me stesso, sto cercando di dare un significato alla musica di Beethoven. Attenzione: sto cercando di spiegare il significato spirituale, che è assoluto, dei suoni posti in una certa posizione rispetto ad altri; non sto cercando inesistenti passioni d’amore, chiari di luna e tempeste! Io sto dicendo che ho “sentito” l’esperienza iniziatica nella Musica di Beethoven, non che essa ha “quel” significato.

Per il commento alla seconda parte della sonata (più propriamente: secondo movimento) lascio volentieri la parola al Ballola, già citato, che, assieme al grande pianista Wilhelm Kempff è stato uno dei pochi a comprendere come, dietro l’op. 111, si celassero dei profondi misteri. Egli dice: “la misteriosa coda in cui la furia dell’allegro si placa, estinguendosi su tre accordi di do maggiore, prepara l’atmosfera per l’estatica effusione dell’Arietta variata che costituisce il secondo movimento della sonata. Pur senza essere il più alto esempio, in senso assoluto, di tema variato beethoveniano … il secondo movimento dell’op. 111 è divenuto e rimane tuttora l’emblema della terza maniera beethoveniana… Il tema dell’Arietta … si svolge nella consueta simmetria strofica delle otto battute più otto, divise dal segno dei ritornelli, ma la sua struttura armonica è ancora più elementare, mancando persino della modulazione alla fine della prima parte … Le prime tre variazioni vedono moltiplicarsi per ordine rigidamente aritmetico la cellula … do-sol che apre il tema, su un traliccio armonico pressoché immutato. Frastagliato e frantumato sotto l’azione disgregatrice della propria componente ritmica, nella quarta variazione il tema finisce per dissolversi alternativamente nelle macchie timbriche di cupi accordi in contrattempo su un uniforme brusio dei bassi e in etereo volo di terzine perlate sulle zone acute della tastiera”.

Questo è punto magico della sonata: si ha l’impressione che le note descrivano un gioco di luci prima di dissolversi in purissimo suono. Il famoso trillo triplo seguito da un lunghissimo trillo semplice.

E ritorna il motivo dell’Arietta, ma non come l’abbiamo ascoltato la prima volta, bensì trasfigurato. Attraversato il mondo della luce e del colore, raggiunto il mondo del suono, l’uomo si trasfigura, quasi che il fuoco dal profondo, di cui parla Castaneda, lo avesse consumato e portato con la sua essenza in mondi superiori.

L’iniziazione è avvenuta: Beethoven, ora, può cantare la Gioia!

Ed eccoci alla IX.a Sinfonia. La più famosa di tutte e dalla quale è stato tratto l’inno europeo (l’inno alla Gioia).

Essa è una vera e propria ricapitolazione in musica della vita di Beethoven e della sua esperienza spirituale ed artistica. Infatti il primo movimento ricorda il periodo della ribellione, il secondo movimento (il famosissimo ‘Scherzo’, colonna sonora di un famoso film degli anni 70, L’arancia meccanica) risente dell’abbandono dell’Autore ai piaceri più materiali, al disordine ed alla confusione, il terzo movimento è il canto del malato guarito, che ha conosciuto, o intuito, l’Assoluto, malato guarito, che, nel quarto movimento, canta la Gioia conquistata attraverso la sofferenza.

Vorrei scusarmi con chi leggerà questo mio scritto per la sua lunghezza (ma ne avrei avute altre di cose da dire!) e soprattutto per aver dovuto parlare in termini strettamente musicali, ma non c’era altro modo. Ho citato alcune opere, per venire incontro al desiderio espresso da alcuni di avere un elenco di composizioni da ascoltare con la speranza, che queste vengano fatte oggetto, sia di ascolto da parte di un sempre maggior numero di persone e sia di amore, come ne ho fatto io per l’immensa gratitudine, che mi lega ai grandi Musicisti classici.

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