La musica e l’estetica – 1

Beethoven, sonata per pianoforte n. 32In quali casi una composizione musicale può essere definita “bella” e in quali, al contrario, deve essere catalogata come brutta? Quale significato hanno le composizioni dei vari Autori? Da dove viene la loro ispirazione?

Ecco delle questioni che non hanno mai trovato soluzione e che, invece, possono essere risolte meditando sull’insegnamento degli Sciamani.

In un altro articolo ho parlato del “punto d’unione” (in corrispondenza del quale l’energia umana e l’energia cosmica interagiscono e si collegano: così un individuo può percepire la realtà formata dai fasci energetici, che si “combinano” con l’energia della persona stessa) e, in un altro lavoro, abbiamo visto come ogni persona sia dotata di consapevolezza umana e di consapevolezza cosmica; abbiamo anche concluso che lo scopo della vita sia quello di fare delle esperienze, che aumentino e valorizzino i campi energetici esterni all’uomo, oltre a quello di dare consapevolezza all’energia umana. Il raggiungimento di risultati così importanti permette ad un essere di sfuggire all’annichilimento finale.

Il processo di arricchimento ed affinamento della consapevolezza viene chiamato dagli Sciamani “attenzione”.

Nella filosofia sciamanica si distinguono tre gradi di attenzione:

 

  • prima attenzione, o “lato destro”, o “Tonal”;
  • seconda attenzione, o “lato sinistro”, o “Nagual” (con questo termine si indica anche il maestro sciamano: non confondete i due significati dello stesso termine);
  • terza attenzione, o “Fuoco dal profondo”.

 

La prima attenzione altro non è che la normale consapevolezza umana caratterizzata da un notevole grado di rigidità del punto d’unione e, di conseguenza, da una percezione limitata alla vita materiale. Le possibilità percettive dell’uomo possono essere ampliate ed estese ad aspetti più profondi della stessa realtà.

L’utilizzo delle emanazioni energetiche dell’aura, quelle che compongono atomi e molecole del suo corpo fisico e che rimangono quasi sempre inerti, determina un notevole spostamento del punto d’unione e l’ingresso nell’ignoto; in una parola: comporta il “vedere”.

Chi riesce a sviluppare le sue capacità percettive ha un bozzolo che si illumina molto più in profondità ed in misura più estesa, svelando aspetti ignoti, complessi e grotteschi dell’esistente all’apprendista spirituale: egli raggiunge la “seconda attenzione”, percependo la realtà in modo diverso e “vedendo” l’ignoto, grazie all’attivazione di alcuni fasci di consapevolezza normalmente inattivi, ed ottenendo anche una chiarezza mentale eccezionale. Al ritorno alla consapevolezza normale – la prima attenzione – la persona normalmente dimentica di avere “visto” e ciò che ha sperimentato. E’ una sensazione che abbiamo tutti quando abbiamo l’impressione di avere sognato, senza ricordare, però, “cosa” abbiamo sognato.

Nella seconda attenzione si svela l’ignoto, ma si tratta pur sempre di visioni limitate e parziali; ben altra cosa è estendere lo splendore della consapevolezza a tutte le emanazioni del bozzolo luminoso: l’entità ottiene la percezione della totalità dell’esistente perché di quella totalità fa parte!

Questa è la “terza attenzione”, o “Fuoco dal profondo”, ma al momento non ci interessa. Ciò che, invece, è molto importante per la nostra indagine sull’estetica musicale e sulle fonti dell’ispirazione artistica è lo stato di consapevolezza intensa che si crea nella “seconda attenzione”.

In stato di veglia noi sentiamo esclusivamente i suoni, le cui frequenze siano alla nostra portata; al di sopra, o al disotto, di un certo numero di vibrazioni noi non avvertiamo alcun rumore: siamo nel mondo degli ipersuoni, o degli iposuoni, frequenze che vengono invece captate benissimo dagli animali, almeno da alcuni di essi, o dai vegetali. Tutto ha una sua voce, tutto ci dice qualcosa: il fragore delle onde è la voce del mare, il piacevolissimo fruscio delle acque è il canto dei ruscelli, il rimbombo del vento, del tuono sono i suoni prodotti dall’atmosfera; nessuno di noi riesce a sentire il crepitio dell’erba che sta crescendo, ma un esile filo d’erba sfonda il terreno, sposta microscopiche zolle, fende l’aria per protendersi verso il cielo: un piccolo insetto probabilmente si spaventa a tanto baccano ed a tanta tumultuosa attività, ma lo stesso animaletto nulla percepisce del canto del mare e non si spaventa al fragore del fulmine semplicemente perché non lo sente. I pianeti e le stelle si spostano nell’etere cosmico, provocano esplosioni di energia, emettono continue radiazioni, si scontrano tra di loro, mentre le singole particelle di energia si scontrano continuamente tra di loro, si annientano, si dividono, si combinano: dal macrocosmo al microcosmo si assiste ad un’infinita danza dell’energia, che produce i suoni più vari, di intensità ed altezze completamente diverse l’una dall’altra. Un concerto estremamente armonico, ma che, nella prima attenzione, ovvero da svegli, ci perdiamo quasi per intero perché le nostre capacità percettive sono limitate alle cose materiali – con relativi suoni e colori – formate dai fasci di energia cosmica con i quali la nostra consapevolezza è collegata.

Nella “seconda attenzione”, che si ottiene con uno spostamento significativo del “punto d’unione”, invece, abbiamo la possibilità di vedere e di sentire l’inimmaginabile. Siamo fatti di energia e, nella seconda attenzione diventiamo l’energia del filo d’erba che cresce, del ruscello che forma giochi di cascate, del pianeta che ruota vorticoso nello spazio, dell’elettrone che esplode a contatto con un’altra particella subatomica. In uno stato percettivo così elevato vediamo e sentiamo l’energia in tante forme ed aspetti, ne sentiamo l’armonia, ci immergiamo nei suoi fantastici colori. Tornando alla normale percezione, per esempio quando ci svegliamo da un sonno profondo, tutto viene dimenticato, ma non cancellato. Le impressioni ricevute fanno ormai parte del nostro bagaglio energetico e, dopo grandi sforzi, esercizi, severa applicazione, possiamo riuscire a riportare il nostro “punto d’unione” nella stessa posizione in cui si trovava quando abbiamo fatto esperienze tanto elevate ed interessanti. Così ricordiamo le esperienze vissute, anche se attribuiremo le immagini che scorreranno davanti a noi come al prodotto di un sogno che, prima dimenticato, improvvisamente ci è ricomparso davanti, sorgendo dalle profondità del nostro inconscio.

Un artista altro non fa che riprodurre i suoni, i colori, le forme, i pensieri, visti, uditi, provati nello stato di seconda attenzione e che emergono dagli abissi del suo essere: musica, pittura, scultura, letteratura ecc. sono l’espressione di ciò che gli artisti hanno visto, udito, provato in quello stato, normalmente dormendo. Non che le persone comuni non abbiano esperienze simili, solo non riescono a ricordarle e, soprattutto, non hanno i mezzi tecnici per scrivere su un pentagramma le armonie che hanno udito, per riprodurre su una tavolozza i colori che hanno visto, per disegnare le forme di cui sono stati testimoni. Nella transizione dalla “seconda” alla “prima” attenzione entrano, poi, in gioco le particolari situazioni psicologiche dell’artista, anch’esse determinate dalla posizione del “punto d’unione”: un musicista allegro riprodurrà i suoni in modo maggiore, adottando tonalità, per loro natura, luminose, mentre un musicista triste, arrabbiato, sconfortato probabilmente userà il modo minore; un pittore felice riprodurrà colori luminosi, darà ai suoi quadri un’atmosfera festosa, mentre chi fosse travolto dai fatti della vita tenderà ad usare colori scuri, a riprodurre situazioni angoscianti e così via.

Gli Sciamani hanno così risolto il problema dell’ispirazione artistica e, continuando con le nostre meditazioni sulla loro filosofia, possiamo rispondere agevolmente il quesito: perché un’opera d’arte ci piace, o meno? ma questo lo vedremo nel prossimo articolo.

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