Il peccato “originale”: un problema di consapevolezza

Il peccato originale ed il serpente

Lo studio delle verità della consapevolezza ci ha fatto fare notevoli progressi sulla strada della comprensione di molti misteri dell’esistenza.

Le idee del Nulla all’origine di ogni forma di vita, dell’esistenza come risultato della percezione, della percezione, a sua volta, come conseguenza della consapevolezza e dell’illusorietà dell’elemento “tempo” possono aiutare a risolvere un’altra questione: il peccato “originale”.

La storia di Eva, che, mangiando una mela, avrebbe condannato l’intera umanità ad un’esistenza difficile, alla malattia, alla vecchiaia ed alla morte non mi ha mai convinto. Però così è scritto nella Genesi ed io parto dal presupposto che le sacre scritture dicano sempre e comunque la verità, per quanto celata da simboli e metafore; pertanto il racconto della Bibbia deve nascondere qualche significato occulto, che ora cercheremo di decifrare.

Prima di procedere, è necessario tenere ben presente che il peccato (al quale abbiamo già accennato) è una cosa, il peccato originale è tutt’altro; allo stesso modo, il “serpente” è la rappresentazione di una verità molto profonda, complessa e difficile da comprendere, che nulla ha a che vedere con i demoni, che sono qualcosa di completamente differente, e vedremo cosa.

Cominciamo a fare delle riflessioni sul peccato originale e sul “serpente”.

Consapevolezza e percezione: la chiave per comprendere il mistero del peccato originale

 Quanto ho detto in precedenza conferma un punto fondamentale della filosofia degli Sciamani: la consapevolezza sta all’origine della percezione. La mancanza di consapevolezza comporta l’impossibilità di percepire, che, a sua volta, determina l’impossibilità di provare il senso dell’esistenza.

La prima forma di consapevolezza è quella dell’energia che riconosce se stessa, come già visto[1]. L’energia, per prendere coscienza, deve assumere una qualsivoglia forma di esistenza, vivendo poi la realtà nel modo caratteristico della forma di vita assunta. L’uomo è una di queste. I fasci energetici, che lo compongono, fanno le esperienze di vita tipiche degli uomini, ovvero “interpreteranno” la realtà come esseri umani. Che significa ciò? Per rispondere, è necessario meditare su un brano della Genesi fondamentale:

 Poi il Signore Iddio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: io gli farò un aiuto simile a lui». Ora, il Signore Iddio aveva già formato dalla terra tutti gli animali della campagna e tutti gli uccelli del cielo. Li condusse quindi da Adamo per vedere con quale nome li avrebbe chiamati; poiché il nome che egli avrebbe imposto ad ogni animale vivente, quello doveva essere il suo vero nome. Adamo dunque dette il nome ad ogni animale domestico, a tutti gli uccelli del cielo e ad ogni animale della campagna. Ma per Adamo non si trovò un aiuto degno di lui. Ora il Signore Iddio fece cadere un sonno profondo su Adamo, che si addormentò. E mentre dormiva, Dio prese una costola da lui e al posto di essa formò di nuovo la carne. E il Signore Iddio della costola tolta ad Adamo formò la donna, poi la condusse da Adamo. Allora Adamo esclamò: «Questa, sì, è osso della mia ossa e carne della mia carne! Questa sarà chiamata donna, perché è stata tratta dall’uomo». perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e saranno una sola carne. [Genesi 2, 18-23]

 Un brano molto importante:

 Adamo rappresenta l’energia che diventa consapevole, assumendo forma umana.

  1. Adamo dà un nome agli animali (la sua consapevolezza si vede costretta ad interpretare, secondo quanto sostenuto da don Juan).
  2. Dare un nome alle cose (in questo caso gli animali) significa riconoscerle e, quindi, prendere atto della possibilità di percepirle assieme a ciò che non corrisponde alle loro caratteristiche (quando definiamo il bello automaticamente abbiamo delimitato il brutto).

Adamo è solo: il maschile non può esistere senza che sia percepibile anche il femminile: lo “yang” non può sussistere senza lo “yin”. Ma c’è un altro particolare molto importante: la “creazione” della donna avviene mentre Adamo dorme, cioè mentre si trova in stato di inconsapevolezza: fino a quando non si crea l’opposizione maschio – femmina, per l’energia è impossibile percepire. Nessuna esperienza può essere fatta, prescindendo dal gioco degli “opposti”.

  1. I due si uniranno e saranno una carne sola; facile equivocare e pensare all’affermazione della famiglia basata sull’unione dell’uomo e della donna. Invece la Bibbia dice qualcosa di molto più importante: gli opposti devono ricongiungersi per ricostituire l’unità spezzata, per eliminare ogni dualismo.

 Se tutto questo vi sembra troppo difficile (e per certi versi lo è), non preoccupatevi: accettate solo una semplice verità, quella per la quale le cose esistono solo se sono alla portata della nostra coscienza e meditate sul fatto per il quale l’esistente si manifesta solo con il gioco degli opposti. Se vi impegnerete in questo senso comprenderete facilmente la vera natura del peccato originale.

 Il “serpente” ed il peccato originale

 Nel paragrafo precedente abbiamo visto la formazione degli opposti all’origine della percezione secondo le parole della Bibbia. Ma la percezione è originata dalla consapevolezza. Come si origina la consapevolezza? Qui entra in scena il “serpente”. Per comprendere questa enigmatica presenza, leggiamo il seguente brano della Genesi, quello in cui si parla del cosiddetto “peccato originale”:

 Il serpente era la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio. Egli disse alla donna: «E’ vero che Dio ha detto: Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?».

Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.

Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e si accorsero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture. [Genesi 3, 1-7].

 Perché proprio un serpente? E’ vero che questo tipo di animale suscita pensieri sinistri ed immagini orripilanti, ma, quanto ad astuzia, molti altri esseri animati lo superano, e di molto. Però qui ci voleva proprio il serpente. Il perché ce lo dicono i sacri testi dell’Induismo:

 “Questa potenza è chiamata suprema, sottile, trascende ogni norma di comportamento. Avvolta intorno al punto luminoso (bindu) del cuore, all’interno giace nel sonno … in forma di serpente addormentato e non ha coscienza di nulla … Questa Dea, dopo aver immesso nel grembo i quattordici mondi insieme con la luna il sole i pianeti, cade in uno stato di obnubilamento come di chi è offuscato dal veleno. È risvegliata dalla suprema risonanza naturale di conoscenza, [nel momento in cui] è scossa … Si produce infatti uno scuotimento nel corpo della Potenza con un impetuoso moto a spirale. Dalla penetrazione nascono per prima i punti splendenti di energia. Una volta levata Essa è la Forza (kalā) sottile,Kundalini» [“Gli aforismi di Śiva”, con il commento di Ksemarāja, a cura e traduzione di Raffaele Torella, ed. Mimesis, 1999, p. 90].

 «Questa potenza …»: sostituendo la parola “potenza” con “energia” e tenendo presente che un serpente addormentato sta normalmente diritto come un rigido bastone ed è del tutto inoffensivo, siamo in grado di comprendere il mistero che si cela nelle parole dei Ŗgveda e della Genesi.

L’energia di cui parlano le Sacre scritture è quella che compone un essere umano (anche altri tipi di esseri, ma qui di uomo si sta parlando): è un’energia inerte ed inconsapevole esattamente come un serpente addormentato.

Quando il “serpente” si sveglia, si muove sinuosamente ed è pericolosissimo: avvolge nelle sue spire, inietta il suo veleno. Questo stato del “serpente” è l’equivalente dell’energia che riconosce se stessa, acquistando consapevolezza e, conseguentemente, percezione (“È risvegliata dalla suprema risonanza naturale di conoscenza”), stati “pericolosi” perché comprendono tutti gli effetti sgradevoli e dolorosi tipici del dualismo.

Il pilastro originario dell’energia, che forma un essere umano, si muove (“Si produce infatti uno scuotimento nel corpo della Potenza con un impetuoso moto a spirale”) e, non appena prende coscienza, si crea una serie di vortici, i cosiddetti chakra ricordati anche dalle scritture induiste: “Dalla penetrazione nascono per prima i punti splendenti di energia. Una volta levata Essa è la Forza sottile, Kundalini”, che plasmano i campi energetici in modo da sviluppare gli organi della percezione e la struttura adatta a sostenerla: sul piano fisico si ha il corpo (in particolare, il “bastone” di energia, Kundalini, è l’equivalente della colonna vertebrale).

Sia chiaro che questo movimento non è frutto della volontà di qualcosa, o di qualcuno, ma è solo un diverso modo di presentarsi dei fasci di energia, che formano un essere.

Nella Genesi si ha un racconto molto simile a quella dato dall’Induismo, anche se presentato con parole diverse. Abbiamo il serpente ed abbiamo Eva, che rappresenta lo “scuotimento” dei fasci di energia umani; a seguito di ciò essi acquistano consapevolezza ed iniziano a percepire, ma, poiché diventano consapevoli della vita, automaticamente diventano coscienti anche della morte. Ecco spiegata la misteriosa frase della Bibbia: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio, conoscendo il bene e il male». Il “giardino” è l’insieme delle infinite possibilità dell’esistenza insite nel Nulla, l’albero è la consapevolezza, il frutto di questo albero è la percezione del dualismo, della vita e della morte, del bene e del male. La frase significa: “acquisendo la consapevolezza si ottiene la percezione e si prende coscienza degli opposti; di conseguenza, chi vive deve anche morire”.

 Dopo tutte queste considerazioni diventa facile comprendere la natura del peccato originale: esso è l’acquisto della consapevolezza e della conseguente percezione.

 Voglio fare una precisazione: il “serpente” non è un demone. Lucifero, Satana e compagnia debbono essere considerati per quello che sono: forme di consapevolezza superiore (lo vedremo a suo tempo), che si sono manifestate nella dimensione temporale. Inoltre il nome attribuito a queste entità ha anche una valenza simbolica. In particolare il nome Lucifero, a cui si dà un significato tanto negativo, deriva dal latino “lucem ferre”, ovvero portare la luce! Lucifero è l’inizio della consapevolezza umana, la realizzazione delle possibilità di percepire una parte, se pur piccolissima, dell’infinito.

Lucifero non è un essere brutto e cattivo, è solo una teorica possibilità.

 La Chiesa Cattolica ed il “peccato originale”

 Comprendere ed accettare che il “serpente” non è nè un demone, nè un’entità che ha agito contro l’uomo, mette in discussione le interpretazioni che, da sempre, sono state date del peccato originale e delle sue conseguenze sull’umanità. Al contrario, l’attribuire al “serpente” la funzione di “tentatore” di Eva (e, a seguire, di Adamo) porta a  spiegazioni grottesche ed incredibili.

La storia del peccato originale, così come viene raccontata dalla Genesi, è infarcita di un eccessivo, quanto complicatissimo, simbolismo, che viene presentato con immagini grossolanamente materiali, che possono deviare – e , di fatto, hanno deviato –  da una corretta interpretazione delle Sacre Scritture. Infatti i cristiani – non solo cattolici – hanno sempre interpretato la storia del frutto proibito quasi come un fatto realmente accaduto: “Il racconto della caduta utilizza un linguaggio di immagini, ma espone un avvenimento primordiale, un fatto che è accaduto all’inizio della storia dell’uomo. La Rivelazione ci dà la certezza di fede che tutta la storia umana è segnata dalla colpa originale liberamente commessa dai nostri progenitori” [Catechismo della Chiesa Cattolica, versetto  390, pag. 119].

La Chiesa Cattolica propugna, dunque una tesi, che potremmo definire “storicistica”, ed ha sempre attribuito alla questione del peccato originale un’importanza cruciale: “La Chiesa, che ha il senso di Cristo, ben sa che non si può intaccare la rivelazione del peccato originale senza attentare al mistero di Cristo” [Catechismo della Chiesa Cattolica, versetto 389, pag. 118].

L’errore fondamentale delle tesi cattoliche, cristiane e, in genere, delle religioni monoteiste è proprio attribuire dignità storica ai racconti biblici. D’altronde in questa trappola è caduto anche Dante:

Tu vuoli udir quant’ è che Dio mi puose

ne l’eccelso giardino, ove costei

a così lunga scala ti dispuose,

e quanto fu diletto a li occhi miei,

e la propria cagion del gran disdegno,

e l’idïoma ch’usai e che fei.

Or, figliuol mio, non il gustar del legno

fu per sé la cagion di tanto esilio,

ma solamente il trapassar del segno.

Quindi onde mosse tua donna Virgilio,

quattromilia trecento e due volumi

di sol desiderai questo concilio;

e vidi lui tornare a tutt’ i lumi

de la sua strada novecento trenta

fïate, mentre ch’ïo in terra fu’mi.

[Dante Alighieri, La Divina Commedia, Paradiso – Canto XXVI, v. 109-123]

 Siamo nel cielo delle “stelle fisse”, uno dei più eccelsi di tutto il paradiso, e Dante vi incontra Adamo, il primo uomo (Dante si rivolge a lui con le parole “… O pomo, che maturo / solo prodotto fosti, o padre antico, / a cui ciascuna sposa è figlia e nuro …” per dire che fu creato già adulto e che è il capostipite di tutto il genere umano). Il Poeta ha molte domande da fargli, ma Adamo lo previene poiché in paradiso tutto si sa per diretta rivelazione divina; le spiegazioni vertono sul tempo in cui l’uomo fu creato, quanto è stato nel paradiso terrestre, che lingua parlava ed il perché dell’allontanamento da quel luogo di delizie. Nei versi riportati troviamo solo due risposte  perché sarebbe stato troppo lungo riportare l’intero brano.

Adamo afferma di essere stato nel Limbo 4302 anni, a cui debbono essere aggiunti i 930 anni della sua vita terrena (come risulta dalla Genesi) e i 1266 trascorsi dalla morte di Cristo (che determinò la liberazione delle anime del Limbo) all’anno in cui si svolge il viaggio di Dante (1300). In tutto 6498 anni. Aggiungendo ancora i 714 anni che ci separano dal 1300 ad oggi (scrivo nel 2014), troviamo che la creazione, rispetto ai nostri tempi, risale a 7212 anni fa. Questo, naturalmente, secondo un’interpretazione letterale della Bibbia, interpretazione che non ha alcun fondamento scientifico, né pretende di averne.

Adamo, che nell’ultimo verso del canto specificherà di essere stato in paradiso in tutto solo sette ore e dopo aver spiegato che la lingua da lui parlata era ormai scomparsa (qualcuno pensava che i primi uomini parlassero una sorta di ebraico), afferma che la causa della sua cacciata dal paradiso terrestre non fu l’aver consumato il frutto proibito, ma solo “il trapassar del segno”, la ribellione al comando di Dio. Non vedo bene la differenza; ad ogni buon conto alcuni teologi spiegarono che il peccato d’Adamo fu la superbia, mentre per altri si trattò di una disobbedienza.

La mitologia di ogni tempo e paese è intessuta di simboli e metafore; i racconti biblici – almeno quelli che trattano della creazione e dello sviluppo dell’umanità – sono splendidi miti ricchissimi di misteri, nascosti sotto simboli apparentemente semplici: guai ad interpretare in senso letterale i simboli perché si finisce per tramandare insegnamenti assurdi, che sprofondano sempre più nella palude della superstizione pura.

L’errore di tutte le spiegazioni letterali è quella di ignorare completamente qualsiasi riferimento alla vera natura della supposta divinità, allo stato di consapevolezza contrapposto a quello di assoluta inconsapevolezza, alla percezione legata alla coscienza delle coppie di opposti, all’inesistenza del tempo. Portano, invece, confusione, scetticismo ed allontanamento dalla vera indagine spirituale il diffondere ed il sostenere tesi palesemente assurde, che non sono nemmeno rispettose della dignità e dell’intelligenza dell’uomo.

E’ tempo che le vere religioni proclamino, spieghino, approfondiscano la verità nelle sue linee fondamentali. Opera complessa, che potrebbe non essere compresa dalle menti più semplici, ma varrebbe la pena di tentare. E’ la verità che rende liberi, non le favole, non la menzogna[2].

Una delle conseguenze più drammatiche dell’interpretazione letterale della Bibbia è stato il considerare l’acquisto di consapevolezza come una colpa, commessa da uno solo, ma che si è riverberata sull’umanità di tutti i tempi. Questa impostazione – molto discutibile anche dal punto di vista etico – ha comportato una scorretta risoluzione del problema del “male”: è inevitabile che i problemi mal impostati portino a soluzioni totalmente false ed all’impossibilità di risollevare l’umanità dalla condizione in cui è caduta. Ne tratteremo al prossimo paragrafo.

 Il “peccato” di Adamo ha avuto conseguenze per tutte l’umanità?

 Abbiamo incontrato Adamo nel paradiso dantesco, mentre anime eccelse, pensatori profondi, maestri di tutta l’umanità sono stati confinati nel “Limbo”, come racconta il IV canto dell’Inferno a causa di una sola colpa: essi sono nati prima che si diffondesse il vangelo, prima che Gesù consumasse il suo sacrificio sulla croce e senza avere ricevuto – inevitabilmente – il battesimo cristiano. Adamo, che è considerato dai miti cristiani ed ebraici come il primo uomo in assoluto, che certamente non poteva essere stato battezzato e che è sempre stato additato come colui che ha rovinato l’umanità, come colui a causa del quale sono entrate nel mondo la morte, la malattia, la sofferenza, usufruisce di uno sconto di pena; secondo il Sommo Poeta, Adamo fu liberato dal Limbo, assieme ad altri profeti citati dall’Antico testamento, al momento della risurrezione di Gesù. Leggiamo tutto il brano:

Lo buon maestro a me: «Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro; e s’elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo,

ch’è porta de la fede che tu credi;

e s’e’ furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

e di questi cotai son io medesmo.

Per tai difetti, non per altro rio,

semo perduti, e sol di tanto offesi

che sanza speme vivemo in disio».

Gran duol mi prese al cor quando lo ‘ntesi,

però che gente di molto valore

conobbi che ‘n quel limbo eran sospesi.

«Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore»,

comincia’ io per volere esser certo

di quella fede che vince ogne errore:

«uscicci mai alcuno, o per suo merto

o per altrui, che poi fosse beato?».

E quei che ‘ntese il mio parlar coverto,

rispuose: «Io era nuovo in questo stato,

quando ci vidi venire un possente,

con segno di vittoria coronato.

Trasseci l’ombra del primo parente,

d’Abèl suo figlio e quella di Noè,

di Moïsè legista e ubidente;

Abraàm patrïarca e Davìd re,

Israèl con lo padre e co’ suoi nati

e con Rachele, per cui tanto fé,

e altri molti, e feceli beati.

E vo’ che sappi che, dinanzi ad essi,

spiriti umani non eran salvati».

[Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno – Canto IV, v. 31-63]

In tutto questo c’è una palese contraddizione, ma non si tratta di una disattenzione di Dante. Con quanto scritto, il Poeta dice che i grandi dell’umanità appena citati non avevano una sufficiente scorta di energia per “passare alla sinistra del becco dell’Aquila”, per essere immersi nella consapevolezza totale del paradiso. Adamo con pochi altri ha potuto, avendo affinato sufficientemente la sua consapevolezza a seguito di tutte le esperienze vissute, giungere al nirvana, mentre altri, pur essendo tra le massime consapevolezze mai apparse sulla terra, dovevano ancora lavorare su se stessi.

Interpretando in questo senso il racconto dantesco, possiamo sgomberare il campo da un equivoco: Adamo non ebbe nessuna colpa, né l’hanno avuta gli altri uomini perché qualunque campo di energia, che diventi consapevole, inizia a percepire, si immerge nella dualità e inevitabilmente fa esperienza degli opposti, deve vivere, ma anche morire, deve sperimentare la gioia, ma anche la sofferenza. Solo in questo senso si possono accettare le parole della Chiesa Cattolica: “Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato di Adamo” [Catechismo della Chiesa Cattolica, versetto  402, pagg. 122]. Tutti gli uomini sono coinvolti nel peccato d’Adamo perché tutti gli uomini – e non solo loro – sono consapevoli. E’ anche privo di senso il pensare che l’acquisto della consapevolezza da parte nostra sia una conseguenza del diventare consapevole da parte del primo uomo. Non c’è nessun primo uomo: si può credere a ciò solo dando credito all’illusione del tempo: tutto è contemporaneo  e tutti siamo consapevoli nello stesso istante di eternità. Siamo coinvolti nel peccato d’Adamo perché i fasci d’energia che ci compongono hanno ottenuto lo stesso tipo di presenza mentale, ovvero hanno commesso il peccato originale esattamente come il preteso progenitore!

[1] Don Juan disse a Castaneda: “dato che l’uomo è composto dalle emanazioni dell’Aquila, deve solo tornare ai propri componenti. Il problema lo crea la consapevolezza. Nel momento cruciale, quando tutto dovrebbe ridursi al semplicissimo caso delle emanazioni che riconoscono se stesse, la consapevolezza dell’uomo si vede costretta a interpretare. Il risultato è la visione dell’Aquila e delle sue emanazioni. Ma non c’è nessuna Aquila …” [Castaneda, Il Fuoco dal Profondo, pag. 56].

[2] In questo mi discosto radicalmente da quanto sostenuto da C. G. Jung: “Ma soltanto la mente del tutto particolare del filosofo si spingerà oltre la comune rappresentazione del mondo come complesso di elementi statici, isolati. Se si cercasse di trascendere questa immagine, si provocherebbe un terremoto nella mente dell’uomo comune, l’intero cosmo sarebbe sconvolto, le convinzioni e le speranze più sacre sarebbero scosse alle radici, e non vedo perché si dovrebbe desiderare di provocare tali sommovimenti. Non giova ai pazienti, e nemmeno i medici; forse gioverebbe ai filosofi”.

[Jung, Introduzione alla psicologia analitica, pag. 76].

 

 

 

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