Il piacere della musica – 2

Ludwig Van Beethoven (1170 - 1827)
Ludwig Van Beethoven (1170 – 1827)

Il piacere della musica

Perché ci piace la musica? Perché certi “pezzi” suscitano il nostro entusiasmo, ci inondano di gioia, o danno sfogo al nostro dolore? Perché in certi periodi amiamo profondamente una composizione, canticchiamo sempre la stessa canzone, ripetiamo ossessivamente lo stesso motivo, per poi dimenticarcene?

La soluzione sta, ancora una volta, nella questione del “punto d’unione”, al quale ho accennato nel precedente articolo dedicato alla musica.

Siamo fatti di energia, posto che le cellule del nostro corpo sono composte da molecole, i cui atomi altro non sono che campi energetici, che si combinano tra di loro, dando vita ai più svariati composti chimici organici ed inorganici.

C’è l’energia del nostro corpo, ma c’è anche ben “altra” energia: quella che compone tutte le cose: la Terra, le piante, gli animali, le stelle sono tutte  formate da quell’immensa forza che è l’energia cosmica. Noi, del Creato, percepiamo, vediamo, sperimentiamo solo ciò che è formato dai raggi di luce, con i quali l’energia del nostro corpo è strettamente unita.

Il collegamento, l’interscambio avviene in un punto molto preciso della nostra aura: quello che viene chiamato dagli Sciamani “punto d’unione” o “punto d’incontro”.

Esso non è sempre fisso nella stessa posizione: cambiamo umore, ci addormentiamo, sogniamo e così facciamo – anche inconsapevolmente – esperienze percettive differenti rispetto a quella alla quale siamo da sempre abituati. Anche la simpatia e l’antipatia “a pelle” sono effetti della posizione del “punto d’unione”: ci è simpatica la persona con la quale condividiamo lo stesso modo di vivere la realtà, con la quale abbiamo degli interessi in comune, le cui idee ci appartengono; in una parola: con la quale condividiamo la stessa posizione del “punto d’unione”. Al contrario, qualora la posizione del “punto d’incontro” di due persone fosse in posizioni diverse e dissonanti, esse non si sopporterebbero e si eviterebbero accuratamente. Lo stesso vale per la musica, così come per qualsiasi altra forma di espressione artistica: piace una composizione, oppure un quadro, una scultura, un componimento letterario, solo se il nostro “punto d’unione” è consonante ed in posizione simile a quella che aveva l’Autore mentre componeva, dipingeva, scriveva.

Non vi è mai capitato di ascoltare con piacere un pezzo, anche più volte, e poi provarne addirittura fastidio? Semplicemente il vostro “punto d’unione”, prima era allineato con l’energia che inondava l’Autore mentre elaborava la sua opera, poi si è spostato in posizione diversa ed inconciliabile e ciò che l’Autore ha fissato su carta, o col colore, semplicemente vi lascia indifferenti, se non addirittura ostili nei suoi confronti!

C’è un’altra questione da analizzare: quali sono le interpretazioni migliori di una composizione? Quelle il cui esecutore (o esecutori, o direttori) riesce a portare il proprio “punto d’unione” in una posizione molto simile a quella del “punto d’unione” dell’Autore intento a scrivere quell’opera.

Sento già l’obiezione: ma l’Autore può impiegare molti giorni, se non mesi, o addirittura anni per completare una sua creazione, per cui appare impossibile che il suo “punto d’unione” sia sempre nella stessa posizione.

No: un Autore “prende in mano” un lavoro solo quando “lo sente”, quando le sue emanazioni energetiche sono in piena consonanza con quelle dell’energia cosmica, con cui deve essere sintonizzato per poter portare avanti un’opera; altrimenti fa altro, o si occupa di altri lavori che, in quel momento, fluiscono dalla sua penna più facilmente.

Quando si compone, quando si scrive un racconto, un romanzo, quando si dipinge un quadro non è possibile prescindere dalla posizione dell’organo energetico, che ci permette di percepire. Spesso, poi, un Autore, prendendo in mano un lavoro già iniziato, lo corregge o lo rifà in parte perché la sua ispirazione è lievemente cambiata, pur rimanendo sostanzialmente simile a quella che lo aveva spinto a metter mano ad una nuova opera. Molti credono che le correzioni (per esempio: Beethoven faceva e rifaceva in continuazione) siano dovute a scelte tecniche: è possibile, naturalmente, ma il motivo profondo è un altro e deve essere ricercato nel come il genio “senta” il cosmo.

Tornando alla questione degli esecutori, voglio fare qualche esempio ad uso di chi ama la musica classica.

Non è la stessa cosa ascoltare le sonate di Beethoven – specialmente le ultime – eseguite dall’uno, o dall’altro pianista. Wilhelm Kempff (1895-1991), che ho avuto l’onore di conoscere e di sentire suonare in pubblico, fu di gran lunga il migliore perché compenetrò completamente l’anima del “Grande Sordo”, sentì le sue stesse sensazioni, le rivisse ogni volta che riproduceva le sue “Sonate” sulla tastiera del pianoforte. L’unico che gli si avvicina un po’ è Gieseking. Altri sono nettamente inferiori perché non trasmettono alcuna emozione: tecnici inarrivabili, ma null’altro. Per esempio, Eschenbach era un magnifico interprete di Mozart, ma una volta – ed io ero presente – si arrischiò ad eseguire le ultime tre sonate di Beethoven; la critica definì la sua produzione semplicemente “inaccettabile”! Lo credo: a parte che sbagliò totalmente la scelta dei tempi, il pianista austriaco non fornì altro che un buon saggio di come sapeva muovere le dita tra tasti bianchi e neri. Otto Kemplerer ha inciso una versione del “Don Giovanni” ed una delle “Nozze di Figaro” – entrambe di Mozart – che ben difficilmente potranno essere avvicinate nei prossimi secoli, mentre altri grandi direttori, di fronte a quelle creazioni immortali, si smarriscono e possono solo far vedere quanto sono bravi a far suonare bene l’orchestra, ma si tratterà sempre e solo di un’esercitazione tecnica!

Potrei continuare con gli esempi, ma quanto detto è sufficiente ad esprimere il mio pensiero.

 

In base a tutte le considerazioni fatte, si deve concludere che non esiste musica – o qualsiasi altra espressione artistica – “bella”, o “brutta”: esistono solo le sensazioni che una composizione suscita nell’ascoltatore, a seconda della posizione del suo “punto d’unione”.

Gli antichi Greci davano estrema importanza alla scelta dei pezzi musicali da far ascoltare al pubblico e la scelta cadeva sulle composizioni, che sembravano più adatte all’occasione. Allo stesso modo i Padri della Chiesa, per esempio San Gregorio Magno, erano estremamente rigidi nell’ammettere, o meno, certi canti durante le funzioni religiose. Questo non deve stupire: la musica cinese, indiana, greca ed il canto “gregoriano” non sono mai state composte in base alle tonalità usate nei secoli dal XVI° al XIX°, ma in base a tutte altre modalità. Quei suoni (dire musica è esagerare: per noi è quasi inascoltabile) avevano il potere, non solo di suscitare sensazioni, ma di spostare il punto d’unione dei presenti in posizioni in cui cambiava completamente il loto piano percettivo: per loro cessava la visione dell’ordinaria realtà quotidiana e potevano essere spinti fino alle soglie dell’estasi mistica. La musica è potentissima: basti pensare come un vetro possa essere infranto da onde sonore particolarmente potenti. Il punto d’unione è solo un’interazione energetica, per cui certi suoni possono ben produrre l’effetto di spostare i campi energetici, modificando ciò che la persona può “vedere”.

La musica è l’arte più potente, considerati i risultati a cui può portare! essa, inoltre, può essere lo sfogo, la confessione, la ricapitolazione delle vicende spirituali dell’Autore. Ciò è particolarmente evidente in Beethoven ed in Mozart: ce ne occuperemo nei prossimi articoli.

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