QUESTI SCACCHI NON MI PIACCIONO PIU’

Questi scacchi non mi piacciono più.

Ho letto l’interessante editoriale scritto dal signor Dario Mione sull’ultimo numero della rivista Torre & Cavallo. Alla fine di quell’articolo l’editorialista si è chiesto se il prezzo da pagare per dare gli scacchi visibilità e notorietà, che stiamo pagando in termini di qualità di gioco, non sia troppo alto, considerato che troppi sedicenti Grandi Maestri si dedicano al gioco esclusivamente per lucrare su premi sempre più elevati e assolutamente ingiustificati. Tutto questo senza che la tecnica del gioco abbia fatto progressi significativi. E’ stato anche messo in evidenza come negli ultimi tornei sia stato commesso un numero incredibile di errori, quasi a testimonianza del sempre minor impegno dei giocatori di punta nel produrre opere scacchistiche, che possano essere definite artistiche. Ciò che conta per loro è esclusivamente il raggiungimento del podio e dei relativi premi di importo del tutto assurdo. L’editorialista mette anche in evidenza come taluni giocatori si dedichino con lo stesso impegno e, magari nell’ambito della stessa manifestazione, ad altri giochi quali il poker (!!). È evidente quale sia lo scopo di questi presunti e pretesi Grandi Maestri. Il guadagno. I soldi. La soddisfazione dell’orgoglio personale. L’arricchimento. Nessuno di essi ama veramente il gioco degli scacchi, avendone essi fatto solo un mezzo di facile guadagno, sfruttando in questo modo un qualche talento per esso. Nessuno, come invece avevano fatto quasi tutti i grandi scacchisti del passato, cerca la verità scacchistica, cerca la creazione di vere e proprie opere d’arte. D’altronde, cosa si può pretendere da chi si crede Grande Maestro solo perché ha conseguito tre norme e superato un certo punteggio “elo” nell’ambito di qualche torneo a sistema “svizzero”?

Nel 1956 i Grandi Maestri in tutto il mondo erano 45, di cui 17 sovietici (notizia tratta da “L’Italia Scacchistica del mese di gennaio di quell’anno). Alcuni di essi erano anche alla fine della carriera e non giocavano più (per esempio: Rubinstein). Erano in pochi, ma come giocavano! E senza computer! Oggi sono migliaia, ma ben pochi di essi potrebbero superare le selezioni, a cui erano chiamati i candidati al campionato del mondo di allora e quasi nessuno riesce a creare opere d’arte stupende, opere d’arte che era un piacere riprodurre sulla scacchiera, che è un istruttivo piacere rivedere ancora oggi! Così, come ancor oggi si sente volentieri un brano di Beethoven, o di Mozart, o di Bach (e, di certo, non possono essere considerati musica certe porcherie moderne), altrettanto istruttivo piacere si trae dalla riproduzione degli immortali capolavori dei Maestri di scacchi del passato. Quanta nostalgia ho delle analisi delle partite di Tal, Fischer, ecc. fatta al circolo negli anni Sessanta! Quando si giocava per il puro piacere di giocare! I circoli privati e i caffè, a quell’epoca, erano molto frequentati a qualunque ora del giorno. Ci si scambiavano notizie, si analizzavano partite, si risolvevano posizioni, ci si rompeva la testa su problemi e studi molto difficili (oggi, mi diceva l’amico Valerio Luciani, i problemisti in Italia sono sette!) e poi si facevano alcune partite amichevoli con la massima serietà; difficilmente si usava l’orologio anche perché il massimo piacere che possono produrre gli scacchi si ha nell’analisi della posizione, nell’impostazione dei piani strategici, nello studio delle possibilità tattiche ecc. Il tutto con la propria mente e non con un freddo, impersonale e stupido computer. Forse noi giocavamo peggio le aperture, ma cercavamo le combinazioni, ci impegnavamo a giocare al meglio i finali (quanti Grandi Maestri di oggi sanno dare il matto con alfiere e cavallo? Già: qualcuno ha detto che non serve) e ci divertivamo immensamente di più! Oggi i circoli sono desolatamente vuoti. Non ci si diverte più, non si ha più contatto umano, non si ha più entusiasmo, si rincorrono solo i punti elo in un disperato tentativo di autoaffermazione!

Si dice da molti anni che bisogna aumentare l’aspetto spettacolaristico del nostro gioco per attirare gli sponsor. A parte che gli sponsor vengono attirati dalla possibilità di creare fondi in nero (io ti do 100 fatturati, tu mi restituisci 75 senza fattura, ovviamente: in tutti gli sport funziona così, non è un segreto per nessuno) e non certo dagli scacchi, di cui nulla sanno – signori, gli scacchi danno spettacolo di per se stessi: sono le combinazioni, i matti inaspettati, i profondi piani strategici a dare spettacolo e non due automi che si tirano dietro i pezzi per riuscire a finire una partita entro il termine fissato dal regolamento. Questo non è spettacolo, questo è un circo equestre, una esibizione di buffoni, che riducono gli scacchi al rango di qualsiasi altro gioco idiota. Ma poi, di quale spettacolo stiamo parlando, se in molti tornei è proibito al pubblico aggirarsi tra le scacchiere?! Ricordo di avere visto una fotografia scattata alle olimpiadi di Siegen, che ritraeva Spasskij e Fischer mentre giocavano la loro partita; in quella fotografia si vedeva anche uno spettatore tranquillamente seduto ai margini di quel tavolo che assisteva alla lotta tra i due giganti della scacchiera, mentre una folla di spettatori si accalcava a non più di 2 m. dal tavolo. Oggi non si può assistere nemmeno ad un incontro a squadre, o ad un torneo individuale,   per ragazzini di 10 anni: i genitori e gli accompagnatori vengono invitati ad allontanarsi dopo avere scattato le fotografie di rito e, a quel punto, possono andare a passeggio per la città che ospita al torneo, fare acquisti, visitare qualche mostra. Dove è lo spettacolo degli scacchi, se nessuno può vedere una partita mentre questa si sviluppa? Nel 2010 a Torino si sono tenute le semifinali del campionato italiano assoluto; nella stessa sede, si disputavano alcuni tornei minori. Sono andato a quella manifestazione, sia per incontrare vecchi amici, sia per osservare da vicino il gioco dei Giovani maestri. Pochissimi erano gli accompagnatori dei giocatori (una decina, non di più), per cui la sala era praticamente vuota. Io mi aggiravo tranquillamente tra le scacchiere, fermandomi in assoluto silenzio davanti a quelle che presentavano le situazioni più interessanti, quando mi si avvicinò un arbitro, facendomi notare che gli spettatori dovevano rimanere confinati sugli spalti. Chiedo: chi è quel cretino che ha imposto una regola tanto cervellotica? Come è possibile osservare una partita che si svolge su una tavola di circa mezzo metro di larghezza e di altezza alla distanza di non meno di 20 metri? Gli arbitri, il regolamento. Un tasto molto dolente. Mi è capitato di essere nominato capitano di una squadra under 10 ai recenti campionati italiani a squadre, che si sono tenuti alla fine del mese di ottobre in Piemonte, nonostante io avessi chiesto di non darmi un compito, che non ero in grado di svolgere secondo i criteri ed i regolamenti attuali. Non li accetto, non li approvo perché sono troppo stupidi, ma ne abbiamo fatto uno strumento per assicurare qualche punto in più   sul tabellone a chi non è capace a giocare. Un’altra regola allucinante: si assegna la sconfitta alla quarta scacchiera (mentre la prima, la seconda e la terza se la giocano normalmente), se è assente quel giocatore. Ciò è più che logico e si è sempre fatto così (chi è assente perde per forfait), ma quello che non ha nessun senso è la sconfitta assegnata a tutti i membri della squadra, qualora mancasse la prima, la seconda, o la terza scacchiera. Ma i geni che hanno studiato l’attuale regolamento si sono resi conto dell’assurdità?! Ciò che mi ha stupito nel prendere atto degli attuali regolamenti è la meticolosità dei casi contemplati, un vero proprio esercizio per azzeccagarbugli, un vero inno intonato e cantato da chi di leggi, decreti e regolamenti ha fatto un dio intoccabile, inarrivabile ed indiscutibile. Leggi, decreti regolamenti sono fatti da persone, che li possono cambiare quando vogliono. Leggi, decreti e regolamenti non debbono diventare i nostri padroni e noi i loro schiavi, ma debbono essere usati con intelligenza e, se necessario, essere cambiati. Sempre nell’ambito di quel disgraziato torneo a squadre per ragazzi sono stato involontario protagonista di un brutto episodio. Si stava giocando l’incontro tra la mia squadra e la squadra dei ragazzi di Ostia, un incontro molto importante in quanto le due compagini si disputavano il primo posto finale. Come di solito, osservavo lo svolgersi del gioco in assoluto silenzio quando un ragazzo della mia squadra ha promosso un pedone: ha portato il pedone sull’ultima traversa ed ha “schiacciato” l’orologio senza sostituirlo con il pezzo scelto. Mi è scappato un “no!” poiché non poteva sfuggirmi l’irregolarità del comportamento del mio giocatore, che avrebbe provveduto a sostituire il pedone con il tempo a carico dell’avversario. Il capitano della squadra di Ostia ha immediatamente chiamato l’arbitro per fare notare l’irregolarità del mio involontario, spontaneo, umano e correttissimo intervento. Quello è subito arrivato (si trattava di tale Mauro Doppioni), redarguendomi perché ero “intervenuto nel gioco”. Signori, il mio “no” poteva riferirsi a qualunque cosa (ma non mi nascondo dietro ad un dito e, in ogni caso, non ho suggerito alcuna mossa) e, in ogni caso, il disturbo che avevo arrecato andava tutto a vantaggio dei nostri avversari: ai bei tempi sarei stato ringraziato dagli avversari, dagli arbitri e sarei stato complimentato per la mia correttezza e sportività; al contrario, evidentemente, quel signore di Latina voleva solo portare a casa un punto immeritato, considerata la totale incapacità a giocare di un suo pupillo! Non c’è stato niente da fare! Quell’arbitro, un ben mediocre giocatore che ha fatto bene a ritirarsi dal gioco attivo, ha continuato a ripetermi il concetto per il quale “il regolamento prevede che …, “il regolamento prevede che …” ben sostenuto dal capitano della squadra di Ostia, che pretendeva una sanzione, già pregustando una vittoria molto regolamentare, ma altrettanto poco sportiva. Una vittoria da sindacalista degli scacchi. Una vittoria a termini di regolamento e non per capacità del giocatore. A quel punto non ci ho più visto e ho sbottato: “Con i vostri regolamenti mi ci pulisco il culo!!!” (una frase ripresa ironicamente da un bellissimo film recitato dal Principe Antonio de Curtis, in arte Totò, “I due colonnelli”). Sono stato espulso dalla sala ed è stata assegnata la vittoria per 4 a 0 (così mi è stato detto) all’Ostia. A termini di regolamento, naturalmente.

Continuate ad insegnare ai ragazzi a pretendere di avere la vittoria per questioni regolamentari, continuate ad allenarli a fare rispettare i propri meschini diritti e, invece di far crescere persone responsabili, capaci, consce che ogni risultato si ottiene con la lotta, persone rispettose dell’avversario, pronte a riconoscere sportivamente la superiorità altrui e a prenderne esempio, creerete mammolette impaurite, stupide, timorose, buone per tornei di ricamo e non certo di scacchi!

Ho detto la parola “culo” e sono stato ulteriormente redarguito perché davo il cattivo esempio ai ragazzi! A parte che quella parola è contemplata dalla lingua italiana e che lo stesso Dante Alighieri l’ha usata nella sua “Divina Commedia” (Canto XXI dell’Inferno: “ed egli avea del cul fatto trombetta”; ohibò, Dante parla anche di scorregge. Che maleducato! Non facciamo più leggere la “Divina Commedia” a scuola!!), è più grave dire “culo” oppure esporre i ragazzi a certi spettacoli televisivi – e non solo – in cui le vere parolacce si dicono del tutto gratuitamente a raffica ed esporli a spettacoli di violenza, di sesso, di consumo di droga e chi più ne ha più ne metta? E’ più diseducativo dire “culo”, oppure insegnare ai bambini ad ottenere i risultati con l’inganno, pur di prevalere su avversari più onesti? E’ più diseducativo dire “culo”, oppure insegnare ai ragazzi a vincere in forza di regolamento? Ho detto la parola “culo” e non mi sogno nemmeno lontanamente di scusarmi come pretenderebbe qualche prefica (non è una parolaccia. E’ latino e significa donna piangente, quelle che vengono chiamate ai funerali per simulare dolore. Si usa anche in lingua italiana con lo stesso significato).

Godetevi la vittoria, signori di Ostia, si goda il momento di gloria l’arbitro Mauro Doppioni per avere buttato fuori un settantenne appassionato che qualcosa per gli scacchi ha pur fatto: voi non dite “culo”, ma non avete capito niente degli scacchi e portate i ragazzi verso il baratro del nulla, nella fossa della massificazione, dell’appiattimento e del brutto!

Basta! Tra prostitute degli scacchi (i grandi maestri) ed i ragazzini sindacalisti, questi scacchi non mi piacciono più. Ha ragione il sig. Mione: stiamo pagando un prezzo troppo alto. Gli scacchi rimarranno nel mondo delle idee, ma come gioco rischiano di scomparire nell’abisso dell’ignoranza dilagante.

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